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Il tenue boato

di Stefano Pellizzari

Copertine sito_Call Amore

      Mi chiamo Niccolo’. Con l’apostrofo, non con l’accento. È un errore comune.
   Curo la sezione di letteratura tedesca della Biblioteca Civica di Trieste. Mi occupo nello specifico di tutto ciò che è stato prodotto, di scritto, dai poemi cavallereschi del Basso Medioevo agli angosciati manoscritti dell’Espressionismo e gli strampalati versi dadaisti di Hugo Ball, ma prediligo di gran lunga qualsiasi opera composta durante il Settecento.
   
Qualche curiosità su di me?
   
Vado completamente pazzo per i film fatti di sguardi e di silenzi, specie se presentano la montagna come loro elemento centrale, bevo acqua frizzante rigorosamente della marca Saguaro e… hmm… – Oh! – ho sempre ritenuto, sotto sotto, di avere una certa distintiva somiglianza con Italo Svevo. Più precisamente con la sua statua bronzea. Devo però ancora capire cosa ci accomuna realmente… di sicuro non i baffi.
   
Fino ad ora, solo due delle molteplici piccole cose che la vita ha da offrire mi hanno fatto rendere conto di quanto la sua bellezza possa essere profondamente dettagliata: il mio cocktail preferito, il Milano Torino, e lo Sturm und Drang. Ed ecco, ce ne sarebbe una terza, invero… che per chiari motivi mi sono ben riguardato dal menzionare nella biografia sull’app di incontri alla quale sono iscritto, proprio al fine di ottenere almeno un singolo match.
   
Diciamo che – ho un… un particolarissimo fetish.
   
Non ne ho mai fatto parola con nessuno ma ho invece caricato alcune foto in cui potrei apparire enigmatico e misterioso, sebbene non abbia la benché minima traccia di un fascino travolgente in esse, e sono sicuro che il lungo trench marroncino e l’acconciatura da scapigliato non possono salvare il mio aspetto; questi si sono però sono rivelati elementi chiave che hanno attirato una ristretta gamma di spasimanti del panorama mitteleuropeo che mi circonda, anche se di certo non mi sarei aspettato di soccombere al magnetismo della percentuale più insolita di queste ammiratrici. I soli due appuntamenti a cui ho preso parte fino ad ora, purtroppo, sono stati quello con Rebecca, una laureanda in filosofia il cui vegetarianesimo, che professava a gran voce davanti a un controfiletto di Angus, avrebbe dovuto far sorgere in lei uno o due quesiti esistenziale sui quali riflettere, e quello con Erika, una capocuoco la cui massima espressione culinaria erano le uova fritte, che cucinava fumando una sigaretta dopo l’altra.
   
A otto mesi di distanza dal mio ultimo incontro amoroso, il pensiero della mia uscita al Caffè Tommaseo con Arianna, antropologa e umanista, mi fece sentire speranzoso, soprattutto per la citazione a Spettri di Ibsen presente sul suo profilo.

   «È vero, sai?» mormorò Arianna, tamponando un paio di gocce di Nero d’Avola sul fianco inferiore destro delle sue labbra.
   Il mio completo, imperfettamente raffazzonato, faceva emergere ancora di più i suoi piacevoli e impeccabili tratti, e il minuscolo neo sul dorso del naso, fra tutti, aveva la mia più meravigliata attenzione.
   
«A guardarti bene non hai mentito, somigli davvero alla statua di Svevo» continuò Arianna.
   
«Lo credi davvero?» risposi distrattamente, quasi immobile.
   
«Hm-hm. Credo che sia la postura. Le tue spalle sembrano sorreggere pensieri profondamente complessi» rifletté attentamente. «Nel senso: danno l’impressione di essere talmente forti da… da poter spingere un masso sul versante di un monte» puntualizzò, prendendo poi un altro sorso dal calice ancora mezzo pieno.
   
Sorrisi spontaneamente, cercando di nasconderlo in maniera altrettanto rapida, perché mi ricordò un’assurda scena di un film che avevo visto la settimana precedente.
   
«Vedi?» proseguì subito lei, incalzandomi sagacemente. «Quando quel masso rotola poi a terra, si frantuma in una miriade di pensieri di natura totalmente contraria.»
   
«Almeno non somiglio alla statua da imbrattata» risposi prontamente.
   
Arianna scoppiò in un risolino divertito, trascinandomi con sé in un breve e affiatato istante di spensieratezza che, interrotto dalla più inaspettata delle congiunture, mi fece scattare sull’attenti come un riflesso pavloviano: un sontuoso, orchestrale fragore, uno spettacolare e fastoso eco accompagnato da una miriade di goccioline, illuminate dalle soffuse luci della stanza, che non potei fare altro che rimanere a fissare, singolarmente, nel loro fluttuare attraverso lo storico locale.
   
«Scusami…» disse Arianna, tirando su con il naso. «È la sesta volta che il maître mi passa vicino, devono esserci tracce di genziana nel profumo che ha addosso.»
   
«Perché – sei allergica?» chiesi concitato.
   
«Quasi mortalmente, il minimo che mi può causare è una terribile rinite» continuò, soffiandosi dolcemente il naso con il tovagliolo presente sul suo lato del tavolo.
   
«Wow… davvero?» continuai, cercando di contenere il mio entusiasmo.
   
«Non preoccuparti. Di solito il massimo è soltanto una febbre vertiginosamente alta che mi fa sentire – caldissima» concluse, appoggiando il tovagliolo proprio a fianco alla mia mano.
   
Arrossii istantaneamente, pietrificato, mentre Arianna riprese, maliziosa.
   
«E sai… è più o meno lo stesso effetto che mi fanno i bibliotecari con delle spalle statuarie» e iniziò a passare l’indice sul bordo del calice, accarezzandolo circolarmente con un fare lussurioso. «Che ne diresti di aggiungere un terzo punto alla tua lista di cose che danno alla vita una “profonda bellezza”?»
   
Passai da un intenso paonazzo a un inverosimile pallido e, stringendo istintivamente il tovagliolo nella mano, scossi i bicchieri sul tavolo, al punto che uno dei cubetti di ghiaccio all’interno del tumbler del mio Milano Torino balzò fuori.
   
«Troppo sfrontata?» sussultò Arianna, irrigidendosi. «È – è okay se non vuoi…»
   
«No, no. Mi piacerebbe. Moltissimo. C’è però un piccolo particolare di cui dovrei assolutamente parlarti» gonfiai quindi il petto con un profondissimo respiro, lo trattenni per un secondo… e lo rilasciai.
   
«Ho un fetish.»
   
Arianna scosse sorpresa la testa e, positivamente incuriosita, sbarrò gli occhi.
   «E che c’è di male? Tutti ne hanno uno, no?» 
   
«Temo però che il mio sia – alquanto insolito.» 
   
«Sono sempre stata molto aperta a provare qualcosa di nuovo» continuò, proiettandosi desiderosamente verso di me. «Per esempio–»
   
«Ho un fetish per gli starnuti.»
   
Arianna si irrigidì. Il suo sguardo cambiò totalmente. Scosse il capo. Sbatté le palpebre. Lentamente, sul suo volto iniziò a formarsi un’espressione confusa, condita da un sorrisino incredulo.
   
«Aspetta, sul serio?» chiese turbata.
Annuii imbarazzato.
   
«Allora prima… quando ho starnutito – tu…» le sue sopracciglia si corrugarono all’estremo.
   
«Ero– rapito dal momento» sospirai abbattuto.
   
Ora, non, non so spiegarne precisamente il motivo… ma ne sono affascinato, da sempre. Lo starnuto è qualcosa di inevitabile. Non può essere trattenuto. È una crescita improvvisa di tensione e poi un istantaneo rilascio. Un momento in cui veniamo pervasi da una fragilità incommensurabile, in cui perdiamo il controllo. È – intenso… ma non solo. È anche spontaneo, imprevedibile e così… naturale. Coinvolge tutto il corpo e, personalmente, l’ho sempre considerato inerentemente carnale. Quando starnutiamo chiudiamo gli occhi per un solo secondo, ignari di cosa potrebbe accadere, fidandoci di chi e cosa ci sta attorno… è un momento in cui nessuno è diverso da qualcun altro.
Sul momento, però, non riuscii a confessare nulla di tutto ciò ad Arianna, la cui faccia aveva finito per contorcersi in maniera disgustata.
   «Che cazzo, ti ecciti con gli starnuti?» sbottò.
   
«Voleva essere un personalissimo apprezzamento» spiegai demoralizzato.
   
«Un apprezzamento? Ma, ma ti senti?»
   
«Nasce soprattutto da una questione musicale, armoniosa e–»
   
«Sei totalmente fuori di testa!» gridò, alzandosi di scatto dalla sedia. «Io pensavo di essere aperta ma no! No, no, no – no. Questo è no!» esplose infine, accovacciandosi a terra per prendere la sua borsa e allontanandosi poi dal tavolo.
   
Qualche decina di minuti più tardi mi ritrovai sulla fine del Molo Audace. Le luci di Trieste riflesse sull’interminabile orizzonte marittimo di fronte a me. Il mio sguardo basso sull’acqua, il mio umore a terra. Tirai fuori dalla tasca del trench l’unica cosa che aveva reso perfetto l’incontro con Arianna: il tovagliolo con cui si era soffiata il naso. Cercai di ricordarmi la musicalità del suo starnuto, ma l’avevo sfortunatamente già scordata. Strinsi forte il madido souvenir del nostro appuntamento… e lo lasciai andare. Lo fissai galleggiare sulla superficie del mare, accompagnato dallo sciabordio delle onde sul molo e dal soffiare di una leggerissima brezza…

   Non penso ci sia più spazio per l’amore nella mia vita.
.
.
.
    Etcì!

   Al pari di una rimembranza leopardiana, quella squisita aria richiamò la mia attenzione verso la sua cortese compositrice, seduta alle mie spalle, con le gambe a penzoloni sul bordo del molo. Lei era bella, non troppo alta. I suoi lineamenti aggraziati, i suoi capelli scuri, i suoi occhi radiosi. Era raramente preziosa. Trasalii al vedere che teneva stretto, poggiato sulle sue ginocchia, una consunta copia de I dolori del giovane Werther di Goethe.
   Era quasi impossibile distogliere gli occhi dal libro che le sue mani cingevano.
   
«Non volevo interrompere il tuo momento di introspezione» mormorò lei. «Scusami.»
   
Poi si voltò, riprendendo la lettura e scorrendo precisamente l’indice destro su una frase della pagina; con estrema attenzione, seguii il dito della ragazza muoversi lungo il paragrafo e non riuscii a trattenermi.
   
«Ho impugnato cento volte il pugnale per poter dar respiro a questo cuore oppresso» recitai sommessamente, interrompendola. «Ne leggo una singola frase ogni mattina. Fa parte di una precisa routine che mi sono creato. Prima ancora di fumare una sigaretta, mi vesto in fretta e mi reco a lavoro senza nemmeno fare colazione e innanzitutto, prima di intraprendere le mie mansioni, agguanto la copia del manoscritto di Goethe in biblioteca e la apro su una pagina totalmente casuale, leggendo poi la prima frase che mi capita a tiro e…»
   
Nel mio vaneggiare non mi accorsi che la ragazza aveva iniziato a fissarmi, muta e immobile. Così mi bloccai, cercando di eludere il suo sguardo, ma non potevo non percepirlo. Non avrei dovuto proferire parola. Il silenzio fra noi due era raggelante e si fece ancor più pungente quando una leggera brezza iniziò a soffiare in direzione del molo.
   
«E così succede spesso anche a me…» disse, con mia sorpresa «vorrei aprirmi una vena che mi procurasse la libertà eter–»

   Etcì!

   «Oh – Dio. Scusami ancora…» seguitò, tirando su con il naso. «Maledetto polline. Certe volte mi fa starnutire di continuo e non riesco proprio a smettere.»
   Ero sicuro. Era lei. Tentennante, avanzai una singola, azzardata parola. 

   «Salute.»

   E un sorrisino divertito, quasi spensierato, prese forma sul suo amabile viso.
   «Grazie» rispose serenamente.
   
Con qualche passo di titubante goffaggine, mi avvicinai. Le chiesi qualcosa che, al momento, non ricordo bene cosa fosse, ma la frase finì per durare decisamente troppo perché ricordo che d’istinto Sabrina rise in maniera molto poco contenuta.
   
Mi sedetti accanto a lei e una serie di pensieri mi trasportarono in un sognante e prossimo futuro: un’ape posata sul pistillo di un fiore esposto sul carretto di un fioraio, del pepe che viene macinato per condire una succosa bistecca, un piumino che viene passato con cura sulla superficie impolverata di una credenza, il pelo di un piccolo gatto siamese disteso al sole sul patio di una casa in campagna, la colorata chioma di un pesco mossa dal vento in piena primavera, e una piuma che, fluttuando leggermente in aria, si posa sul capo della mia diletta sposa.

   Quel tenue boato, unico e delicato, avrebbe scosso le fondamenta del mio tormentato cuore.

Stefano Pellizzari
Nato a Castelfranco Veneto nel 2000, Stefano Pellizzari Costa è uno sceneggiatore, regista e attore dalle basi teatrali e cinematografiche, la cui produzione affonda le radici nelle fondamenta della romanzistica di stampo narrativo, del cinema d’avanguardia e del filmmaking indipendente.