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Angelo della notte

di Sofia Sperotto

Copertine sito_Call Amore (1)
©️Nan Goldin

Pensieri vari durante una serata, sgomito in mezzo alla folla e questo assecondare il flusso e il ritmo ha per me due outcome: pensare, a tratti, a tante cose in poco tempo, oppure non pensare proprio a niente (se non al fatto che sono un corpo tra i corpi in movimento). Sono in fila per il bagno, le canzoni migliori le fanno proprio adesso. Un mix di house organica e calda che ti smuove l’anima. Guardo il dj, guardo la fauna che popola questi eventi. Tutti quelli che vedi qui, dico alla mia amica che sta facendo la fila con me, vengono a questi eventi per un motivo. Lei rimane in silenzio, le labbra socchiuse, si aspetta una spiegazione. Ma in realtà è tutto quello che ho da dire, tutti vengono qui per un motivo. La fila non si muove, quelle davanti a noi si fanno un selfie. Il fotografo di eventi a fine serata si farà la cowgirl, su questo ci scommetto. Guardalo come la sfiora dappertutto. Mi volto ancora indietro, verso il dj, il mio sogno segreto è che parta Everybody di Benoit&Sergio ma me la metto via, è impossibile, non la conosce quasi nessuno. 

   Tra i camperos e i blazer vedo qualcuno di particolare, di più particolare del resto dei finti clubbers che sono qui stasera, mano in alto testa indietro drink in vista. Un tipo che mi sa di già visto. È elettrico, è fuori dal mondo. Il suo buzzcut fucsia grida, i suoi jeans a vita alta gridano, la lingua saetta fuori in un gesto da demone, è libero, è magnetico, è tutto quello che riesco a pensare. No, non è vero: in realtà mi domando chi è, forse lo conosco. Lo studio dalla testa alle scarpe, mi soffermo sugli occhi. E che occhi. Sono rimasti gli stessi, stesso iride vacuo perso nel vuoto a cui non frega un cazzo del mondo che ha davanti. La vita accade e lui continua a guardare, forse c’è qualcosa là dietro, mi sono chiesta a volte, il suo universo che arde dietro l’iride, ma gli occhi sono sempre così immobili che l’ho escluso. Mi dicevo che era fatto, e all’epoca questo bastava a farmi prendere le distanze e non pensarci più. Storie, tante storie iniziano ad affollare la mia mente già proiettata a trasformare queste storie in qualcosa. Come la storia di questo mio ex compagno delle superiori che potrebbe benissimo essere la versione reale di un qualche personaggio di Tondelli. Tormentato, selvaggio, fuori dal mondo. Il Beaujean, Benny, Dilo, Il grandelele. Matteo, così si chiamava, cosa ti è successo? Chi sei ora? Inizio a fantasticare di vincere la vergogna, la timidezza, e andare dritta da lui e a bruciapelo dirgli ciao Matteo ti ricordi? Forse tu non mi hai mai notata, non mi hai mai vista anche se eravamo compagni di banco, però ti ricordi della prima superiore? Sei cambiato tutto tranne il tuo sguardo vacuo verso il mondo. Guardavi e rimanevi indifferente, nulla ti toccava, o così sembrava, nulla poteva filtrare nella tua realtà. Addio ciuffo castano lucente che quasi ti invidiavo, addio Nike Air Force bianche e felpe dell’Adidas. Hai cambiato pelle, hai cambiato identità, forse non sei più Matteo? Il tuo sguardo vuoto, e credimi che di più vuoti del tuo non ne ho visti, è il tuo segno particolare e ha fatto sì che ti riconoscessi dopo tutti questi anni, in mezzo a mille persone e in contesti nuovi, in vesti nuove. E allora ti prego dimmi Matteo cosa è successo, cosa hai fatto, dove sei stato, chi hai amato, chi sei diventato?

   Non mi è difficile immaginarti seduto al tavolo di una birreria qualsiasi della nostra provincia qualsiasi, di fronte a una birra, un panino e a un ragazzo con cui ti sembra che le cose stiano andando anche bene. La tua borsetta giallo fluo sul tavolo accanto alla tovaglietta unta, lui di fronte solo telefono e portafoglio. Rigiri il bicchiere, hai le unghie colorate di rosso. Gli dici che gli vuoi molto bene, che ti sei affezionato a lui e… ti fermi, basta così, studi la sua reazione. Lui si distende sulla sedia, ridacchia, no eh? Anche tu? Non c’è nulla da fare, pagate conti separati e ve ne andate via in macchine separate e forse non vi scriverete mai più. 

   C’è stata poi una relazione che ti ha segnato, te la ricordi bene. Sei crollato nei suoi occhi ai margini di un dancefloor come questo e hai smesso di fingere di essere solo come un cane. Lui era un vagabondo felice, e tu eri ancora più felice di stargli intorno. Freelancer alternativo, nomade digitale coi tatuaggi sulle dita, un angelo della notte come te che aveva una delicatezza che nessuno ti aveva mai riservato, e che ti accendeva. Eccome se ti accendeva. È partita a bomba, quella volta, nottate intere a parlare e fumare in macchina e poi appartati dietro al monumento. Prendi il petardo accendi il petardo scintille nella notte. Ben presto diventa una corsa, un rincorrersi confuso, zero o cento, non c’è via di mezzo. Una sera discutete dopo aver fatto l’amore, lui è appena tornato dall’Australia. In un attimo passate alle mani, in un attimo lui è davanti allo specchio che cerca di medicarsi. C’è tensione nell’aria. Tenti l’ultima carta sfiorandolo, lui ruggisce che devi sparire. Capisci che non c’è un modello per il vostro amore. Tocca inventarselo, mettersi lì e impegnarsi per trovare un modo e vedere cosa accade poi, cosa capita nella vita. 

   Sparisci e riappari a seconda del mood. A ogni uscita ponderi bene i vestiti, il taglio di capelli, gli orecchini. Le inquadrature che hai artefatto per noi prima di uscire¹. A ogni uscita si consolida qualcosa: i pantaloni, quanto parli, chi non sopporti, i camperos. Costruisci un capo alla volta quello che sarà il manifesto del tuo amore, lo indossi fiero, giochi a carte scoperte pensando che da qualche parte ci dovrà pur essere, un amore tutto da costruire come lo intendi tu. Ti sei fatto fotografare, col tuo buzzcut che cambia colore ogni mese, con la tua faccia da demone, col tuo urlo di rinascita e quel tuo modo di farti scivolare addosso il mondo. «Essendo io ancora troppo giovane», ti immagino proprio così, mentre cammini coi tuoi camperos verso il centro della pista, «ingenuamente ero portato a rendere assoluto quello che mi stava accadendo. Credevo ancora che un addio fosse un saluto definitivo, un addio per sempre […] ma forse si trattava solamente della conquista di se stessi, di un sé ancora una volta impulsivamente confuso dentro il proprio sogno»²

   Le tue notti sono acide e fuggitive. Lanciato veloce per la Marosticana, hai un elenco di locali ben preciso in mente. Sai dove e quando inizi, ma non sai dove e con chi sarai tra cinque ore. Collettivi, festival, un magazzino sotterraneo che non si può dire. Ogni serata è una sfida, ogni serata è al limite e tu forse sei al tuo limite. Bevo la notte sfido la morte rido di te³. Hai pagato caro il prezzo per la ricerca di una tua autenticità, e di certo non torni a farti chiamare Matteo. Però tutto quello che hai fatto è invidiabile, e in verità non sei mai stato libero come ora che conosci a memoria il peso dello sguardo altrui e te lo lasci scivolare addosso, ti scivola sul giubbotto di pelle mentre righi dritto coi tuoi camperos e cerchi volti nella folla. 

   Continuo a fissarlo senza farmi vedere, ancora bloccata in fila per il bagno. Gli voglio bene, penso, gli voglio un bene che non riesco a spiegarmi. Non lo conosco, non so niente di lui, e lui sicuro non si ricorda della prima superiore: a certe cose non pensa più da un pezzo. Cancellate, via. Vita precedente. Non si ricorda di me, e inizio a pensare che forse non è un male: anche a me come a lui non va di essere riconosciuta e ricondotta a un nome che non sono più. E allora sì che potrei andare lì, finché lo vedo ancora tirare linguacce al dj, capitargli lì davanti e dirgli ciao che stile pazzesco, ti ammiro molto. Cosa fai nella vita? Qualcosa così, a bruciapelo, un po’ come viene. La mia amica mi dice vai, tenta, magari poi parlate. Io scuoto la testa, no, meglio di no. Matteo quando eravamo alle superiori mi ha sempre intimorito. Non che mi avesse fatto qualcosa, questo no, forse siamo anche stati compagni di banco ma di questo ricordo poco o niente: Matteo non parlava, Matteo si teneva tutto dentro e intanto andava alla deriva insufficienza dopo insufficienza. Volevo aiutarlo, volevo parlargli e capire cosa aveva dentro che lo faceva stare così, ma non l’ho mai fatto, perché Matteo era già uscito dagli schemi e non poteva più tornare indietro. Era, e forse è ancora, tutto troppo grande per me. Lui saltava transenne e andava a fumare su, sugli appartamenti di lusso in costruzione. Lui era già adulto a sedici anni, e io a sedici anni avevo solo sedici anni. Mi nascondevo e forse mi nascondo ancora un po’, ogni tanto, quando la mente s’inclina, dietro alla convinzione che certe cose non si fanno. Che certi limiti non si oltrepassano. No, non importa, dico alla mia amica, va bene così. Lo guardo sparire in mezzo alla calca, mescolarsi tra la gente e guadagnarsi il centro del dancefloor. Si guarda intorno, incrocia sguardi, scambia battute. Anche lui ha il suo motivo, questa sera. Sorrido dal margine, sono contenta che stai bene Matteo. Sono contenta di averti rivisto. Due anime parallele, penso subito, è una nuova storia, due anime destinate solo a sfiorarsi e a guardarsi le spalle in queste notti infinite. 



Bibliografia
1) Tare. “Amenti.” Pop, 2024.
2) Tondelli, Pier Vittorio, Rimini, XX edizione, Milano, Bompiani, 2015, p. 21. 
3) Cosmo. “L’ultima festa.” L’ultima festa, 42 Records, 2016.

Sofia Sperotto 

Sofia Sperotto è nata nella provincia di Vicenza dove tutt’ora vive. È laureata in Lingue e letterature straniere ma nella vita fa tutt’altro. La letteratura e la scrittura restano uno spazio in cui si sente bene e che le permette di attraversare tutto il resto.