di Paolo Tosoratti

L’ascesa al monte M. fu simile ad una lunga sequenza cinematografica, colorata come le storie d’amore più fotogeniche. Quelle storie dal sapore zuccherino che fa invidia ai cariati di solitudine, e dà la nausea a chi ha cara la complessità. Chi ne ha avuto un assaggio, invece, può solo ammiccare in segreto.
Tamara era raggiante di serenità: un sorriso disteso e due occhi divertiti, indecisi tra le alture di luna dell’Appennino, e l’incarnato color latte di Luca. Lui guidava diligente; la leggera tensione delle labbra sempre pronta a distendersi quando scrutata dalla passeggera.
La playlist che incorniciava il tutto era opera di Tamara, che l’aveva preparata con l’audacia che è necessaria per esporsi nell’ingenuità delle proprie scelte. Alle prime note di “My heart will go on” scoppiarono entrambi a ridere, forse perché il romanticismo spicciolo richiede pudore.
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Luca era un coraggioso; non un coraggioso alla Cristoforo Colombo o alla Giovanna d’Arco – loro hanno rischiato la vita per ciò in cui credevano –, lui era più un coraggioso alla Ulisse, alla Margherita Hack – di quelli che sanno guardare al di là, oltre l’ignoto. Il coraggio di Luca consisteva nel non temere la tridimensionalità, e anzi, nel non stancarsi mai di indagare sprofondandosi. Gli piacevano molto quelle sculture che hanno senso solo se guardate dalla giusta angolazione, e che altrimenti mostrano soltanto un’accozzaglia di forme sconnesse e distanti. Non si accontentava mai di un sì o di un no, pretendeva il dipende, e alle domande voleva avvicinarsi fino a scovare le sfaccettature più nascoste e posteriori.
Era un coraggioso perché non lo spaventava il cielo; non lo spaventava sapere che le stelle sono troppe per essere contate, né che quello che vediamo la notte è successo migliaia – se non milioni! – di anni fa. Non lo atterriva sapere che è incalcolabile la sproporzione tra le dimensioni vagamente stimabili dell’universo e la ridicola vastità del microcosmo della sua esistenza.
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Tamara aveva accettato volentieri l’invito a passare una notte sotto le stelle, sebbene il cielo non la entusiasmasse poi così tanto. Trovava disturbante che l’immensità dell’animo umano non potesse reggere il confronto con la vera immensità dell’universo. Le era difficile pensare, creare e consumare, sapendo di essere briciole di briciole, ma Tamara sapeva anche che talvolta è utile ridimensionarsi, per cui era felice di avere Luca come promemoria di proporzione.
E di Luca le piacevano molte cose. Trovava divertente il contrasto tra il primo Luca che ricordava – un ragazzetto sudaticcio al banco di fronte al suo in prima media, incapace di orbitare i propri pensieri se non attorno ad un videogioco – e il Luca di adesso, solare, curioso e profondo. O quello tra il suo sguardo, lucido e freddo, analitico, e il tepore confortevole del suo grembo curioso, dove custodiva i frammenti raccolti da un mondo da cui non si stancava di lasciarsi sorprendere.
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A Tamara piaceva descrivere Luca come un Vergine-ascendente-Gemelli, sebbene fosse nato Toro, di cui comunque conservava l’ostinata caparbietà. Si divertiva a stuzzicarlo spiegandogli perché Vergine-ascendente-Gemelli e non viceversa, risvegliando il Capricorno che era in lui (come segno lunare), che inorridiva e si riempiva di sconforto al sentir nominare oroscopi e cartomanzie. Serenamente ateo e realista, Luca rispettava convintamente ogni credo e filosofia, a cui si sentiva libero di attingere senza la necessità di convincersi dell’esistenza di alcunché di intangibile.
Quando si imbatteva nello zodiaco, però, la sua infinita accoglienza si eclissava inevitabile come un novilunio. Dagli scaffali della sua Scienza riemergevano prontamente le prove della comica infondatezza di ogni predizione, le evidenze delle fallacie dialogiche del “ehi, ma parla proprio di me!”, e gli angoli della bocca gli si abbassavano sconsolati, la voce si alzava incredula, il torace gli si svuotava appesantito… Nelle religioni serie, le prove di infondatezza sono per lo meno difficili da trovare, o ancora meglio risiedono su un altro piano, si svincolano dalla logica. Le grandi religioni monoteiste, per esempio, si accontentano di credere e basta, senza voler a tutti i costi dimostrare con la scienza e la realtà l’esistenza del Divino. Passino i miracoli, vabbè, su questo si può transigere – sono tante le cose che non sappiamo ancora spiegarci. Ma la commistione di nozioni pseudoscientifiche e superstizioni metafisiche, nel duemilaventicinque, no, non possiamo proprio permettercela.
Il suo cavallo di battaglia era l’argomentazione della precessione degli equinozi: l’asse di rotazione terrestre cambia lentamente il proprio orientamento nello spazio, per cui [per esigenze editoriali si omette qui la trattazione dell’argomento, per una più approfondita analisi si rimanda al sito all’Istituto Nazionale di Astrofisica] e quindi ora i mesi dell’anno sono sfasati di circa trenta giorni rispetto ai segni zodiacali. Questo dovrebbe essere sufficiente a far desistere anche i più invasati, secondo Luca, e in effetti Tamara annuiva convinta ad ogni ripasso. E allora perché riproporre periodicamente strampalate illazioni astrologiche? Perché una parte della memoria digitale del suo telefono era occupata dall’app “Astri di Paolo Fox – Oroscopo”?
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Il primo amore di Luca fu un amore semplice, planimetrico. Lui esplorava la mappa di lei con la certezza che ne avrebbe amato ogni metroquadro. Una storiella giovanile senza fondamenta né spazio per crescere, della durata di un semestre studio meno due mesi: il primo trascorso senza incontrarsi, il secondo tempo tecnico per riconoscersi. Lui capì che quello era amore perché ebbe voglia di suonare la chitarra, non per impressionare lei, ma perché si era riconosciuto nei testi delle canzoni. Versi appiccicosi e poco originali scaturirono dalla sua penna – lui, che il pop lo ascoltava solo per cortesia – per rimanere poi segreti per sempre, nascosti meglio degli spinelli nella cameretta spolverata da mamma – ma mai cancellati.
Quando lei ripartì per gli Stati Uniti, lo lasciò incredulo e rivoluzionato. Si era innamorato dell’innamorarsi. Nessuno lo capiva e non voleva essere capito; era un’intensità che non poteva essere detta, tantomeno spiegata, e pazienza se nessuno ha la voglia di starmi a sentire, tanto io l’amore almeno una volta l’ho provato. E da allora lo cercava di nuovo, in qualunque forma si sarebbe presentato. L’importante era che fosse inequivocabile e plateale, e facesse provare di nuovo quel pudore divertito di due adulti che si regalano un coniglio di pezza.
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Tamara, invece, era più simile ad una costellazione che ad una mappa. Se ci mettessimo dentro ad un telescopio spaziale, lanciati a tutta velocità verso lo Scorpione, ci accorgeremmo che non è fatto da stelle allineate, ma da astri infinitamente distanti, alcuni vicini, altri lontanissimi. La prospettiva deformerebbe le linee che li congiungono man mano che ci avviciniamo. Superate le stelle più vicine, ci troveremmo dentro a queste linee, senza il più pallido rimando al disegno iniziale. Avvicinarsi a Tamara significava per Luca scoprire distanze insospettate, allineamenti inspiegabili, tutto tranne ciò che poteva essere desunto dall’immagine iniziale. Era tridimensionalità al suo estremo.
Tamara si dispiegava incessantemente, e Luca faticava incessantemente a seguirla. Lo sforzo elastico per far quadrare ciò che si è già mostrato, saltava invariabilmente al successivo pensiero, gesto, barzelletta.
L’intelligenza, l’intuito, la ricchezza di pensiero di lei producevano uno stridore inascoltabile quando affiancati dalle – sempre sue – considerazioni zodiacali. Come si può credere e non credere nell’oroscopo allo stesso tempo? Come si può concordare con l’argomentazione della precessione degli equinozi, ma ancora chiedersi di tanto in tanto se l’amico stronzo non avrà forse Saturno contro?
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Si può amare una persona che non si comprende? Luca pensava di sì.
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Anzi, a dirla tutta, Luca non vedeva l’ora di innamorarsi di Tamara.
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Due erano i momenti in cui Luca sapeva vederci chiaro. Il primo era quando poteva proiettarsi in alto, verso le stelle. Un conto è parlarne, di spazio, e riempirlo di numeri, orbite, equazioni, telescopi; un altro è sentirsene parte, di tutto quel vuoto, sentire quel vuoto che dalla volta del cielo si continua nello spessore dell’atmosfera. Così, di fronte al cielo pulito di notte, gli riusciva l’esercizio di guardarsi da lontano, e immaginarci guardati da distanze siderali, mentre ci muoviamo, pensiamo, ridiamo, amiamo. Vederci briciole di briciole.
Il secondo era dopo essersi proiettato in basso, esausto. Il momento, poetico e maleodorante, che segue il sesso, e porta con sé la saggezza terrena del qui ed ora, del nudo e crudo, della schietta verità. Una poesia che dice le parolacce, e restituisce i contorni a ciò che manteniamo fuori fuoco. Era il momento in cui Luca si arrendeva alla sua sporcizia, la ascoltava, e si ricordava come essere più onesto.
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Quando lui e Tamara erano insieme, Luca stava bene. Quando non erano insieme, si sentiva bene ugualmente. I profumi che lei sceglieva non gli piacevano, ma ormai gli sapevano come di casa. Tra le sue braccia si sentiva accolto e spronato, e accogliere lei e spronarla lo intrigava e appagava. Nel sesso si completavano e si combattevano, per poi addormentarsi profondamente.
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Una sera, prima di addormentarsi con Tamara, Luca, all’apice della lucidità, si ricordò un romanzo di Kundera. Il protagonista Tomáš, abituato a frequentare numerose amiche, conosceva Tereza, e per la prima volta gli riusciva di dormire sereno in presenza di una donna; Tereza, dal canto suo, non riusciva più a dormire in assenza di Tomáš. Così, questi formulava una riflessione: l’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore, ma col desiderio di dormire insieme.
L’odore acre delle lenzuola accelerò su per le narici insieme ai battiti del cuore, mentre Luca si accorgeva che quel passaggio, uno dei suoi preferiti, non gli parlava di Tamara. Mai, in nessuna delle tante notti passate insieme, la memoria gli aveva sfogliato quelle pagine melense e profonde. Non si era mai sentito Tomáš, che cedeva appagato alle dolci, banali effusioni degli innamorati, né Tereza, che non conosceva altro linguaggio.
Ma il suo primo amore era stato una melassa continua di saggezza; quelle pagine, se le avesse conosciute allora, le avrebbe cantate a squarciagola, le avrebbe sussurrate teneramente alla sua amata. Dov’era ora tutta la sua stucchevole dolcezza? Perché non sentiva il batticuore quando lei si avvicinava, non le scriveva poesie non essendone capace, non raccoglieva margherite assetate pensandola? Dov’era il suo amore inequivocabile e plateale, quello che rende accettabile – necessario – ciò che gli inariditi chiamano ridicolo?
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Lasciata l’auto, zaini in spalla iniziarono la breve scalata fino al luogo prescelto, un compromesso ideale tra la praticità della location e lo scarso inquinamento luminoso che alcune zone dell’Appennino possono vantare. Parlando di niente, si fecero strada illuminati da un sole sempre più orizzontale. Non si tenevano per mano, il sentiero single track risparmiava loro di prendere questa scelta.
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Granello soverchiato dal firmamento, con la testa di lei rannicchiata sul suo petto, Luca desiderò. Desiderò non ammettere che l’aveva portata fin lassù per questo – combinare la lucidità della carne con quella del cielo. Desiderò non aver scelto la notte in cui Venere entra in Toro (presagio d’amore per lui, secondo Paolo Fox). Desiderò non aver mai conosciuto il suo primo amore, così che quello che provava ora gli sarebbe bastato. Desiderò che fosse possibile avere la certezza di non innamorarsi più. Desiderò non sperare che l’amore potesse raggiungerlo de sideribus, dalle stelle, e avesse una forma che aveva già conosciuto. Desiderò non essere così egoista da chiedersi dove altrimenti cercarlo. Desiderò, fino ad addormentarsi.

Paolo Tosoratti
Mi chiamo Paolo, ho 26 anni, sono nato a Udine e mi sono appena trasferito a Firenze. Mi piace leggere soprattutto ciò che apre prospettive insolite e stranianti, ma quello che mi appassiona di più è sbirciare nelle vite altrui. Scrivo poco ma siccome in Toscana per dire “poco” dicono “il giusto”, dirò che scrivo il giusto.