di Paolo Filardo

Sono seduto allo sgabello. Il piede sinistro pigia il pedale una corda. Sospiro. Mi volto un istante verso Debora. Il suo sguardo è rivolto altrove, a scrutare un pavimento che da quando abbiamo affittato questo appartamento sosteniamo essere orribile. Le sorrido ugualmente. Comincio a suonare. Intono la prima strofa, roba da classica canzone d’amore, scontata per tutti eccetto che per me, dedicata a colei che al momento mi sta ignorando. Parto col ritornello, «E poi quando ti guardo mi esce la sborra, tralallallallallà…». Chissà se ha alzato gli occhi o se continua a osservare quelle piastrelle che per due anni abbiamo cercato in tutti i modi di ignorare. Proseguo, seconda strofa, ritornello, finale malinconico. Ritiro il piede dal pedale. Mi giro. Continua a evitarmi, forse questo pavimento di merda comincia a piacerle. La sua espressione non denota nessuna delle due possibilità che nel mio elementare binarismo ipotizzavo: sorriso o disgusto. Manifesta solo stanchezza, rimarcata da un silenzio che non riesco a non interrompere dopo pochi istanti: «Ti è piaciuta?». Il suo sguardo non si stacca da queste cazzo di piastrelle. «Sei un coglione». Lo dice senza enfasi. Qualche istante di pausa mi fa sperare che possa voler intendere coglione nel senso buono, ma lei non ha più voglia di fomentare il mio insulso ottimismo, e rincara «Sei un immaturo. Inutilmente e sgradevolmente volgare».
Sono gli altri che cambiano, o sono io che non cambio mai? Quando me l’avevano presentata alla festa a casa di chicazzoseloricordailnome, però aveva riso alle mie uscite. Eravamo un gruppetto di quattro o cinque persone, non ricordo. Non avevo aperto bocca. Lei forse qualcosa aveva detto, ma roba di poco conto, finita nel dimenticatoio. Poi qualcuno aveva cominciato a parlare dei lottatori di sumo. Ora, come certi argomenti possano venire fuori resta per me un mistero irrisolto, però a quel punto ero intervenuto, sostenendo che dalle mie parti, in Sicilia, c’era chi praticava una disciplina simile, forse ancor più antica: erano i lottatori di suca. Mi ero dilungato in descrizioni di gente all’interno di un ring, che, indossando pantaloni di fustagno marroni e una canottiera, si urlava in faccia fortissimo: «Suuuuuuuuca», sin quando uno dei due non desisteva. Là non pensava che fossi volgare. Né immaturo. Tanto che dopo meno di un mese avevamo affittato questo appartamento dal pavimento orribile, che però continua a monopolizzare il suo sguardo.
Quando Claudia, la mia unica e sola amica, il mio punto di riferimento da quando mi ero trasferito a Bologna, aveva conosciuto Debora, mi aveva avvertito. Eravamo a bere qualcosa e si avvicina uno. Uno con la faccia da stronzo, i vestiti da stronzo, gli occhiali da stronzo. Si pianta di fronte a noi e ci chiede: «Ehi, avete da accendere?». Claudia risponde «No, mi spiace», io alzo le spalle. Debora dice: «Non fumo». Lo stronzo si allontana, e recupera un accendino da un gruppetto al nostro lato. Quando Debora è andata in bagno Claudia mi ha guardato negli occhi e m’ha detto «No, dico, l’hai sentita? Gli ha detto “non fumo!” A quello mica gliene fregava nulla se lei l’accendino l’utilizzasse per fumare o per incendiarsi le scorregge, ma lei no, ha voluto puntualizzare. Non ti fidare Robbi, una che elargisce spiegazioni non richieste è una rompicoglioni». Pochi minuti dopo Claudia è andata via. E dopo poche settimane è proprio andata via da Bologna. Io, che quella sera non le avevo dato retta, rimasto solo, ma solo davvero, mi sono avvinghiato a Debora. E quello con la faccia, i vestiti, gli occhiali da stronzo, che non ho mai più rivisto, lui evidentemente l’avevo giudicato male, anche se non si dovrebbe mai cominciare una domanda con «Ehi». Quello, chiamiamolo stronzo per semplicità, magari era una specie di messia, uno che voleva indicarmi la giusta via, con i suoi modi apparentemente sgarbati. Voleva offrirmi la possibilità di constatare che Debora era una che elargiva spiegazioni non richieste, una da cui tenersi alla larga. E Claudia se n’era andata a Gorizia. Ma che cazzo ci va a fare la gente a Gorizia? Non la sento da più di un anno, e mi manca. Ora uscirà dalla mia vita pure Debora, ma so che non mi mancherà un millesimo di quanto mi manca Claudia.
«Quando mi hai chiamata per farmi ascoltare sta stronzata stavo già per prendere la valigia». Certo, come quando telefoni a qualcuno ed esordisce: «Ti stavo per chiamare». I nostri sguardi si incrociano per un istante. Si gira e si dirige verso la stanza da letto. Ancora seduto sullo sgabello le dico, con un tono sufficientemente alto perché mi possa sentire: «È perché ho utilizzato la “s” word?». Sento i suoi passi farsi più vicini, si mantiene a distanza, ora mi guarda negli occhi: «È perché non sei capace di ammettere un cazzo. Fai finta di non sapere che le cose non funzionano da mesi. E comunque sì, ripeto, sei inutilmente volgare, e ne ho le scatole piene». Ha detto le scatole piene, perché lei non è volgare. E crede che io non mi renda conto che le cose non vanno da mesi. Ma quello che non sa è che le cose non andavano sin dall’inizio, perché Claudia aveva ragione, e il messia si palesa in modi misteriosi. Chissà che sta facendo ora a Gorizia. Magari dovrei mettermi a discutere, dirle che la volgarità è una cosa relativa. Spiegarle che quel ritornello è una dimostrazione di affetto per il tempo che abbiamo passato assieme, una celebrazione della fine della nostra storia, perché lo so eccome che tra noi è finita, che tra noi non è mai iniziata. Ma non glielo sto a spiegare e non c’è ragione di puntualizzare che non sono volgare. Perché se qualcuno mi chiede «Ehi, hai da accendere?» io dico «No, mi spiace», o al massimo alzo le spalle, mica rispondo «Non fumo».

Paolo Filardo, grande appassionato di cose varie, quando non scrive fa altro.