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Tra la cenere e l’aurora

di Jacopo Pignatiello

Nos quoque floruimus, sed flos erat ille caducus

Mi dirigo sulle strade di marzo.
Corro finché resisto, l’ombra sfiora
l’asfalto frantumato dalle attese.
Resta muta la casa erta sul campo.

Chiedo alle margherite con le dita
inquiete. I petali gialli cadono
vorticando lungo i passi veloci,
i non deturpano il volto del cielo.

La primavera si schianta sul mondo:
fiato di terra che torna a salire.
Entra nel naso, si avventa sul petto,
il verde azzanna e lascia il suo vuoto.

Arrivo alla chiesa di pietre e sogni,
sento l’eco di un sì mai pronunciato.
Il fiore di un pesco cade appassito.
Il sole insiste, ma resta l’inverno.


Per Wanda

Ti scrivo tra i mattoni
umidi di Kazimierz –
un violino sbaglia nota
dal cortile di Mleczarnia.

La tua ombra mi accompagna
sulle lastre calde
di Starowiślna,
mentre rileggo allegro
i messaggi di ieri.

Il riflesso dorato
di una vetrina di dolci
richiama il tuo sorriso –
no, non è il tuo,
ma il bagliore resta.

Seduto su una panchina
lungo la Vistola,
parlo con il fiume
dei tuoi silenzi.

Tra i fili d’acciaio
sospesi del ponte Bernatek
si arrampicano corpi
senza peso.
Ci sono anch’io,
che provo a sedermi
accanto a te.

Scale

Tutti i giorni
affronto dei gradini
con la schiena dritta
e l’anima piegata a L.

A volte, ti vedo.
Andavamo a teatro,
ma lo spettacolo eravamo noi:
tu, attrice tragica delle incertezze,
io, comico con le gambe tremanti.
Salisti delle scale con me,
aspirando l’aria
espirando timori.
Ti lamentavi,
un po’ buffa,
adorabile,
prendendotela con il fiato.
Io rallentavo,
per cavalleria, per amore…
e per mancanza di allenamento,
fingendomi più aitante
di quello che sono.

Ora salgo senza ammirarti accanto.
Tu sei rimasta
al pianerottolo del ricordo,
con quel sorriso a metà
tra l’affanno e il desiderio.
Da allora, le scale
sono diventate un giudizio:
mi valutano,
mi contano i passi,
mi ricordano che il batticuore
lo si sconta restando fermi.

Ogni rampa è una domanda
che finisce col fiatone.

Prima lux, ultima vox?

le tue parole
scivolano nelle cuffie
come delle gocce
nelle crepe di un vetro
scendono dolci
ma fanno tremare la stanza
e un antico richiamo
smette di dormire

sei nei pixel o nella carne?
salirò sporco verso la luce
dopo essere caduto
in un pozzo di cenere e sangue?
mi chiedo se tu
mi cingerai col giunco
e mi laverai con la rugiada
che rechi in dono tra le mani

forse sei l’aurora
forse sei l’algoritmo del primo giorno
forse un miraggio
un’epifania lanciata nel buio
di un’attesa che si vergogna

hai labbra che evocano
il pane appena spezzato
le ammiro domandandomi
se seguirò quella voce che vibra
come una preghiera ininterrotta
sull’orlo della notte

Jacopo Pignatiello si è laureato in Filologia moderna, con una tesi in Letterature comparate. Insegna discipline storiche e letterarie in un liceo. Ha curato contributi di ricerca in ambito letterario e storico pubblicati in periodici, atti di convegni e miscellanee; alcuni suoi componimenti sono apparsi su varie riviste online e antologie di poesia. È tra i vincitori della XIII edizione (2025) del Premio Internazionale di Letteratura Italiana Contemporanea (Laura Capone Editore) – sezione poesie inedite – e una sua silloge poetica ha ricevuto il Gran Premio della Giuria alla XXXII edizione (2026) del Premio nazionale di poesia inedita Ossi di seppia.