di Fabrizio Bella

Nugoli di saette marezzavano un cielo carico di prurigini. Su tutto pioveva, sferzando i profili delle case. Delle volte un lampo imbalsamava l’orizzonte e lo rendeva eterno: era notte e pareva giorno. Questo il paesaggio quando R. arrivò in Via […]. Aveva trascorso tutto il giorno in treno; un velo di stanchezza gli instupidiva lo sguardo. Cacciò una mano in tasca con un gesto nervoso e ne trasse il cellulare: segnava le due e mezzo. La pioggia insisteva su R. nonostante la primavera – era già maggio. La strada pareva dilatarsi a dismisura nel silenzio uggioso; tutto languiva, immobile – dentro ogni casa si era fatto tenebra. Solo da una finestra del civico 9 di Via […] si irradiava una luce rachitica. R. la conosceva bene, quella casa. Premette sul citofono. Fu il tempo di un leggero frusciare di tendine e subito il portone si aprì alla notte. R. fece le scale due gradini alla volta: giunse al quinto piano senza fiato. La semioscurità cingeva il pianerottolo di un nero luttuoso. Un rivolo di luce guizzava appena dalla porticina di un minuscolo appartamento. Una donnina di trent’anni circa da lì emergeva. Era ossuta, d’un biondo slavato che incorniciava due occhioni tristi e chiarissimi; nel complesso, pareva suggerire un che di monacale, o di malaticcio. La luce le scivolava addosso come un velo. Fissava R. da dietro le spire del fumo di una sigaretta. Fece un cenno che pareva un invito e scomparve inghiottita dalla luce. L’antro in penombra esalava un odore di sandalo e tabacco. R. subì in silenzio il fumo e l’invito. Varcò la soglia e si ritrovò in quel posto che conosceva assai bene. Il suo sguardo disegnò inquiete linee per tutto il salotto. S’accorse di una vecchia lampada, a lui sconosciuta, dalla quale usciva un fumo denso come nebbia. Notò che si trattava di un diffusore. C’era al suo interno certo Satana in persona. Prima che vi si potesse avvicinare, R. venne distratto dal corpo di lei che zampettava verso il bagno. Si era spogliata così, senza lungaggini, ed era nuda e appetitosa come lo era sempre stata. Ecco tutto. C’era una vasca riempita d’acqua. Lei vi si gettò come se si tuffasse tra le fiamme. Il seno nudo lasciava emergere i soli capezzoli dallo specchio d’acqua. Fissò su R. uno sguardo triste e malizioso. Lui le si fece vicino. Il grembo di lei accennava a una timida rotondità. Era vero, dunque. Era incinta. R. si sedette sul bordo della vasca. Lei prese a stuzzicargli una ciocca di capelli. Aveva trent’anni ed era già canuto. Il fumo della lampada iniziava a nausearlo – il sandalo aveva lasciato il posto all’incenso. Si conoscevano bene lui, la ragazza e la nausea. Avevano a lungo convissuto. Poi, un giorno, aveva deciso di abbandonarle entrambe. Se ne vergognava come un ladro, R. Lei continuava a torturarlo con le sue carezze. «Sono contenta che tu sia venuto.» Questo le diceva lei, carezzandolo. R. piangeva forte mentre lei si torceva nella vasca trafitta dalle doglie. Il suo utero prese a dilatarsi e si squarciò. Una bestia irsuta e sbavante ne uscì – un leopardo. Si avventò su R. che ancora piangeva e lo inghiottì in un tremendo ruggito. Così si concluse quell’assurda gestazione. Dalla lampada, Satana, sonnolento cazzone, osservava la scena come se fosse una sorpresa; ma non ne usciva che di rado, e solo per offendersi o per ostentare le sue fascinazioni paesane.

Fabrizio Bella nasce l’11/11/1992 ad Acireale, in provincia di Catania. Dopo essere nato, decise di fare il medico e di atteggiarsi a scrittore. Ha pubblicato racconti bizzarri su “Inchiostro”, “Fillide” e altre riviste. Questo fa, dalla nascita ad oggi.