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Non serve svegliarsi

di Pietro Emiliani

Il giorno in cui Sofia mi ha detto che non c’era bisogno di stare svegli è lo stesso giorno in cui mi ha invitato a casa sua, e coincide con il nostro primo appuntamento. Siamo qui ora, sul suo divano rosso che puzza di polvere e sigarette. È tardi. Sono le due del mattino, e Sofia è sdraiata sopra di me. Non si muove. Non pesa, non ha volume. Sta ferma a fissare la televisione con la bocca semi aperta. È tutto così strano. È la prima volta che usciamo insieme e siamo già da lei, ma non ci siamo ancora baciati. Non so cosa significhi questo, perché un contatto alla fine c’è stato. Forse non so il motivo per cui sono qui. È meglio non chiederselo. D’altronde non sappiamo mai quale significato possa avere l’altro, finché non lo tocchiamo. E noi non ci tocchiamo.
    È stata lei a invitarmi l’altro giorno fuori dall’università, con la scusa di vedere insieme la filmografia di Dino Risi per preparare l’esame di Storia del Cinema. Ha fatto il primo passo dopo circa sei mesi, io non ne avevo il coraggio, lanciavo solo qualche occhiata ogni tanto. 
    Poi sono arrivati i primi sguardi, le uscite in gruppo dopo lezione, i chiacchiericci dei colleghi, la notizia che anche io le interessavo, e infine i momenti in cui ci isolavamo per parlare di qualsiasi argomento. Nessuno dei due però si faceva avanti. È difficile capire quando è il momento giusto per farlo, non conosci mai fino in fondo il desiderio dell’altro, finché non violi il suo spazio. 
    Poi non so bene cosa sia successo, lei una mattina mi si è avvicinata al bar prima di lezione, mi ha poggiato una mano sul braccio mentre ordinavo il caffè, mi ha guardato seria in volto, e ha detto qualcosa che non ricordo. Il contatto con la sua pelle ha violato il mio spazio, ed è stato come una sequenza rapida di flash sul volto, non ho capito più niente. 
    Mi sono semplicemente ritrovato qui la sera dopo, in questa casa di studenti magistrali con gli stipiti vecchi e le mura impregnate di vecchio, a far finta di seguire qualcosa che non vogliamo veramente seguire.
    Siamo abbracciati, ma non parliamo. Il mio corpo è un brulicare di punti neri che si muove come su una montagna russa. Ho paura a muovermi più di così. Non lo faccio. Lei non si muove, ma si lascia abbracciare. La tivù trasmette I nuovi mostri, e sento solamente battere il suo cuore, fluire dentro la mia cassa toracica come un rivolo d’acqua dolce. 
    Siamo molto stanchi. Poi Sofia si gira di scatto, come se volesse confessarmi qualcosa, e mi guarda con quei suoi occhi grandi verde smeraldo. Mi fissa.
    Annego. Il suo verde mi allaga, è uno spazio dilatato che vanifica i miei gesti. Più sbraccio e più affondo. 
    Faccio un tentativo per uscirne, la provo a baciare. Le mie labbra scivolano prima sulle guance, controllo la reazione, vado avanti. Le accarezzo la testa, le bacio le orecchie, di nuovo le guance. Mi lascia fare. 
    «Sono molto stanco» bisbiglio imbarazzato. Non mi risponde. Passo le dita sui suoi capelli arricciati e cerco le labbra, mi ci nascondo con tutto il viso. Lei resta impassibile. 
    «Riposati allora» sussurra mentre mi segue con il movimento del naso. 
    «E se ci perdiamo?»
    «Perdiamo in cosa?»
    «Ho paura di perdermi».
    «Smettila.»
    «Ok.»
    «Di cosa hai paura?»
    Alza la testa, si gira nuovamente e mi fissa. 
    «Non lo so.»
    «Se vuoi riposarti, fallo. Non succederà niente.»
    «Sei sicura?»
    «Certo.»
    «Voglio stare con te però.»
    «Ma lo sei già.»
    «No, perché se poi dormo, vado via.»
    «Non è vero, resti qui con me. Non serve sempre essere svegli per stare insieme.»
    «Hai ragione.»
    Mi accarezza le orecchie guardando il soffitto, che ora sembra un cielo di plexiglass scheggiato pronto a cadere giù, e sento i nostri corpi fondersi come acciaio, scivolare in una vertigine che non ha materia.
    «Mi fai venire voglia di riposare anche a me» bisbiglia, e passa la lingua sul mio collo. 
    Tremo. Un’altra violazione. Alzo il collo di scatto come per difendermi, e la guardo dritta in volto. Prendo coraggio. Non ho coraggio. Nessuno lo ha quando si innamora, vorremmo solo scappare via con la speranza che l’altro ci corra dietro. 
    Il mio cuore si sbriciola nel suo respiro. La televisione rimanda l’eco di voci che si fondono piano piano in una litania morbida e stonata.
    «Riposati, ci sono io con te» sussurra mentre le sue mani si posano sul mio petto, un alone di caldo permea nella pelle fino a irradiare muscoli e articolazioni.
    «Sono proprio stanco» ripeto mentre guardo per l’ultima volta i suoi occhi, quel verde umido di boschi appena lavati via dal temporale che brilla su tutta la stanza. La luce cola dall’alto, il cielo si spezza e piovono brandelli di plexiglass come fiocchi di neve. Chiudo gli occhi, lei mi segue.
    «Adesso puoi riposare» ripete toccandomi i capelli, e le fessure dei miei occhi si fanno sempre più lente e pesanti fino ad annullare lo spazio che ci divide, che fino a quel momento era l’unico pretesto per aprirli veramente. 
    Arriva il buio, una garza calda che una mano poggia sulla mia fronte malata, mentre lontano plana un rumore strano, dal timbro metallico e insistente.

    La sveglia. Daniele, la sveglia. Sta suonando. Svegliati. Sono le otto e zero cinque. La lezione di Sceneggiatura inizia alle otto e mezza. Daniele, sei in ritardo, come sempre. La sveglia estende il suo grido d’allarme, ma tu non muovi un muscolo, il diaframma è immobile. Il tuo corpo tace fra le coperte come una reliquia mentre la luce ancheggia timida dalle tapparelle fino a formare una pozza di calore nella stanza. È una splendida giornata di inizio primavera. La sveglia continua a suonare. All’improvviso entra tua madre:
    «Daniele svegliati, sei in ritardo! Io sto uscendo, ci vediamo stasera.»
    Il timbro della sua voce perfora la sacralità della camera. Nessuna risposta. Tua mamma rimane a fissarti sperando tu possa giustificarti con qualcosa di sensato, ma rimani fermo, scoperto dalle lenzuola, con la pancia rivolta verso l’alto, le braccia sottili adagiate lungo i fianchi e uno strano sorriso impresso sulle labbra. 
    «Poi non venirti a lamentare che non passi gli esami.» 
    Ti fissa.
    «Vabbè, ti ho lasciato la carne da scongelare per stasera.»
    «Tuo fratello non c’è» continua lei.
    Aspetta ancora, poi sbuffa ed esce sbattendo la porta. Non si è resa conto di nulla. Per lei tu stai semplicemente dormendo – come al suo solito – pensa. 
    Fin da piccolo sei sempre stato un gran dormiglione. Tua mamma non si preoccupava mai quando ti vedeva riposare a qualsiasi ora del giorno, era abituata a scuotere il tuo corpicino riparato da chili e chili di coperte di lana. 
    Mentre esce di casa e infila le chiavi nella macchina, le torna alla mente il tuo primo giorno di scuola elementare. Lei nervosissima, in piedi già dalle sei del mattino, vuole che tutto vada per il meglio, non sopporta piangere davanti alle altre mamme e così si difende alzando muri di nervosismo che abbatte sugli altri.
    «Hai preso la felpa? Ti sei lavato la faccia? E la merendina?» ti domanda girando per la casa, con te rannicchiato sul bordo del letto come un ragno, mentre tuo fratello ingoia l’ansia e scalpita per andare. Tu invece hai il volto stropicciato con la forma del cuscino sulla guancia, spaesato, gli occhi calati a mezz’asta e i ricci spettinati. 
    «Muoviti dai, faremo tardi!» ti rimprovera il fratello con il volto tutto rosso, e lei che deve mediare accorgendosi dell’errore, ti accompagna in bagno per svegliarti da un sonno che si ripete ogni mattina e prosegue fino alle superiori. Ripensando a quella scena, sorride. 
    In fondo sei sempre stato quella cosa lì, un pezzettino di amore lento avvolto nella fatica di crescere, nel desiderio di rimanere impigliato nei sogni. Quante mattine ad ascoltare le tue lamentele sui sogni fatti, sull’incapacità di trattenere ancora per un istante tutti quegli universi, i paesaggi, le persone, i poteri assimilati, le creature incontrate. Per questo studi cinema – lo dici agli altri nostri colleghi il primo giorno di lezione – perché solo con la cinepresa puoi catturare la bellezza di un mondo che non ti appartiene veramente, di cui sei solo un ospite errante. Qualcuno ride, altri rimangono in silenzio ad ascoltarti come se fosse veramente importante per te. Ora però, sei rimasto veramente lì, nella tua terra promessa, insieme a me. Altrove. Tua madre non lo sa, ma tu non ti sveglierai mai più. Dormirai per sempre, e questo lei lo scoprirà solo al suo rientro la sera. Non c’è più niente da fare quando torna: chiama l’ambulanza, suo marito, le sirene della polizia che invadono il quartiere, la maschera per l’ossigeno, le urla, il pianto, gli sguardi dei vicini, ma questo non basta a farti tornare, a vederti nuovamente sul bordo del letto con quegli occhi dolenti per un mondo che non ti appartiene veramente. 
    Il tuo cuore non risponde più. Rimango io ad assistere alla tua trasformazione, al tuo capriccio di sospensione. Stesa sul divano, sopra di te, mi confondo fra le nostre carezze e la scena di Alberto Sordi che scarica la madre all’ospizio, mentre la sveglia esaspera l’esistenza girando a vuoto come una trottola di legno. Appoggio la mano sul tuo petto. Sospiro. So dove stai andando, so dove stiamo andando. Così cedo anche io all’affondo, alla morsa del sonno. 
    Non mi difendo, non serve. Riposo. Tu, Daniele, insieme a me, riposi, la bocca una riga morbida che curva fino al soffitto come un’incrinatura, fino alle crepe del cielo che sgomitano per entrare. 
    Ce l’hai fatta. Stai riposando ora. Non puoi più sentirmi però. Sto riposando anche io. E finalmente possiamo farlo. Insieme, per sempre. Io e te.

Pietro Emiliani
Nato a Roma, vive a Milano e lavora come psicologo e psicoterapeuta in formazione. Insieme ai suoi amici ha fondato la rivista «Gelo», di cui è direttore editoriale. Suoi racconti sono apparsi online su «Topsykretts», «la Nuova Carne», «Metatron» e altre riviste. Con D Editore ha pubblicato un suo racconto nel Libro di Metatron, collana Intermundia.