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Ogni briciola d’amore

di Simone Cappellaro

Quando Matteo era piccolo, faceva sempre un gioco a tavola: andava in cerca delle briciole di pane sparse in giro per la tovaglia e le faceva appiccicare all’indice, premendole come fossero minuscoli tasti. La mamma diceva di lasciar perdere, che tanto non le avrebbe trovate tutte e la tovaglia andava comunque sbattuta, ma lui non mollava, perché gli piaceva la sensazione spigolosa delle piccole ma toste bricioline sulle sue dita.
   Ora Matteo è cresciuto abbastanza da poter guidare una macchina che potrebbe scarrozzare una famiglia, ma trasporta solo lui e Nicoletta che la guida.
    Nicoletta è abbastanza grande da sapere di voler lasciare Matteo, ma deve trovare le parole giuste. Guardando fuori dal finestrino, cerca degli incipit tra le sfarzose luminarie di Natale e le luci dei semafori, che sono sempre le stesse tre. Non sa da dove cominciare, non conosce nemmeno quella storia delle bricioline di pane. La madre di Matteo non ne ha mai fatto cenno in sette anni di pranzi, cene e compleanni. Nicoletta ha sempre preferito le tovagliette di plastica, sono più pratiche da pulire.
    Anche quando sono arrivati al centro commerciale, con tutta la gente e le vetrine, gli occhi di Nicoletta sono rimasti in cerca dell’ispirazione, il momento migliore. Sbirciava Matteo davanti al negozio di articoli sportivi. Aveva le spalle larghe e i capelli più corti di una volta, ma gli stavano bene. Il maglione blu scuro era stato un suo regalo di un Natale passato. Forse avrebbe potuto impegnarsi un po’ di più. Era sicuro l’avesse messo solo perché glielo aveva regalato lei, e non era un buon motivo per indossare alcunché. Pensava a come avrebbero reagito i suoi genitori, o gli amici. Sette anni non erano mica uno scherzo. Aveva accennato qualcosa soltanto alla sua migliore amica Magda, che ci era rimasta male.
    Erano una bella coppia, Nicoletta e Matteo, una di quelle che vengono prese a modello dalle altre coppie meno funzionali ma abbastanza toste da esistere. E poi sette anni sono abbastanza lunghi da somigliare all’eternità.
    Davvero? Ma cos’è successo? E adesso cosa farete?
    Nicoletta pensa già alle domande che le faranno i parenti a Natale e poi anche dopo, ma non può aspettare ancora. Si convince che le parole giuste le troverà dentro a quel negozio di scarpe che ha un grosso albero di Natale accanto ai tornelli metallici dell’ingresso, che sbrilluccicano di rosso imitando le lucine al led.

    Matteo osserva la testa di Nicoletta che scorre tra i filari di scarpe. I capelli mori tirati all’indietro con la riga in mezzo le stanno benissimo, anche meglio dei ricci che aveva quando si sono conosciuti. È stato sette anni fa al corso di storia del cinema all’università. Per l’orale al pomeriggio c’erano solo loro due e il professore. Nicoletta si era ritirata perché non aveva mica ripetuto la Nouvelle Vague. Lui si mangiava le dita dal nervoso, ma gli andò bene perché il professore gli chiese della Nouvelle Vague, che la sua collega non aveva saputo. Matteo superò l’esame, era l’unico argomento che aveva ripassato. Due chiacchiere e due caffè più tardi, erano già passati sette anni.
    Matteo si era girato di nuovo a guardare le biciclette da corsa che erano esposte. Osservava con attenzione il pacco pignoni e le corone, l’inclinazione del manubrio regolabile e la posizione dei freni. Pensava che sì, avrebbe potuto ricominciare ad andare in bici quando avrebbe trovato le parole giuste per lasciare Nicoletta. Voleva starsene un po’ da solo con i suoi pensieri, possibilmente su una salita che gli facesse sentire il sapore di sangue in bocca e il battito cardiaco forte in petto.
    Quando una storia d’amore così lunga finisce ci sono solo due opzioni: o si scioglie nel silenzio o si fracassa in mille pezzi. Lui, che era sempre stato taciturno, avrebbe metabolizzato su per le rampe delle montagne. Ma lei che era così caciarona cosa avrebbe fatto? Quanto gli sarebbe mancata la sua voce? Matteo a questo pensava guardando i telai lucidi delle biciclette. Qualche mese prima, si era andato a riascoltare i primi audio che si erano inviati. Parlavano di sciocchezze, si raccontavano le giornate, cose così. Ne aveva salvato qualcuno, vergognandosi un po’. Sì, la voce di Nicoletta gli sarebbe mancata tanto. 
    Mancava una settimana a Natale e il centro commerciale era pieno di umani d’ogni tipo, ma c’erano anche alcuni cagnolini ad accompagnarli. La maggior parte delle persone era al limite del tempo utile per gli ultimi acquisti, i regali da fare in extremis maledicendo la procrastinazione cronica natalizia. C’era chi si stressava alle casse o al telefono, pretendendo informazioni su taglie e dimensioni di scaffali. Altri arrancavano sfatti verso il parcheggio con mille borsette dai mille contenuti. Molti carrelli pieni di cibo e bevande contribuivano al traffico con tanto di incidenti e litigate. Qualcuno girava a mani vuote, cercando come si cerca a nascondino.
    In mezzo c’erano anche Matteo e Nicoletta. Camminavano vicini un po’ per abitudine e un po’ per non perdersi tra la gente che incrociavano e che andava in tutte le direzioni. Entrambi avevano lo sguardo perso tra le insegne e la pubblicità, ma anche anagrammando i nomi dei negozi non veniva fuori nulla di convincente da dire all’altro. Capitava che si sfiorassero, ma facevano finta di niente per non svelare il grande segreto che condividevano. Erano come due ladri che hanno appena rubato il grosso diamante e ora si mischiano tra la folla per non dare nell’occhio, ma con l’ansia dell’arresto così scottante da bruciare nella gola.
    Prima dell’uscita c’era il Cinema, e a Natale, si sa, tornano in sala i classici. Nicoletta e Matteo si fermarono contemporaneamente davanti a una locandina in bianco e nero. 
    “I quattrocento colpi di Truffaut, un capolavoro della Nouvelle Vague di nuovo sul grande schermo in 4K.”
    Si guardarono. Negli occhi dell’uno e dell’altro solo malinconia grigia e castana, con le venature nere del tempo passato a rendere tutto un po’ più impervio e le pupille profondissime che neanche i subacquei ci possono nuotare. E poi braccia che stringono a vicenda corpi familiari, per regalare ancora un marchio di calore prima di tornare fuori al freddo, prima che il traffico di persone li spinga lontano troppo forte da potersi tenere a portata di mano, o di sguardo. Alla fine non era servito dirsi molto, giusto due convenevoli imbarazzati e la promessa di sentirsi, di non dimenticarsi dei rispettivi compleanni; cose così, da bon ton dell’amarezza e delle scomode situazioni. Nicoletta e Matteo non si amavano più, ma non avevano bisogno di sentirselo dire. Lo sapevano già tutti e due. Era solo un po’ difficile saperlo assieme.
    Fuori nevicava o pioveva grosso, non si capiva bene. Sicuramente non attaccava e le macchine del parcheggio non avevano il tettuccio imbiancato ma solo bagnato. Ciò che veniva giù dal cielo riempiva fittamente il cono di luce dei fari che accendevano il parcheggio come alberi luminosi. Come una clessidra rotta, il centro commerciale lasciava defluire dalle sue uscite i granelli di sabbia carichi di buste.
    Nicoletta guidava verso casa. Gli occhi un po’ umidi e i tergicristalli che facevano su e giù per togliere la neve dal parabrezza. Matteo pagava alla cassa la sua nuova bicicletta.
    Quel Natale, Matteo e Nicoletta non lo festeggiarono assieme. In tavola non restò neanche una briciola di amore, tantomeno delle briciole di pane.

Simone Cappellaro

Ha quasi sempre allenamento e ama i Nu Genea. Gli hanno rubato due bici e se l’è riprese entrambe.