La condanna

di Marco Daniele

Illustrazione di Lorenza Moretti

La sala è illuminata a giorno, così tanto che la luce quasi mi ferisce.
La sedia che occupo è la mia prigione. Cinghie di synthleath mi bloccano i polsi e le caviglie su quel trono maledetto. In nome della decenza mi hanno concesso almeno un paio di mutandoni neri, ma per il resto sono nudo.
L’uomo di fronte a me è il mio carnefice. Indossa la divisa dei pris-doc ed è giovane, non avrà più di trent’anni. Eppure nel suo sguardo non vedo traccia di vita. È come se avesse due biglie traslucide nei bulbi oculari. Deve aver inflitto lo svanimento a così tanti condannati da essere diventato una sorta di tristo mietitore in uniforme.
Sul lato destro del petto c’è un tesserino: DR. GUSTAF GENELME.
«Convict PO-0949-2364».
Alfredo. Il mio nome è Alfredo. Non sono una stringa di lettere e numeri a caso.
«Lei è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Trisha Ricciardi e di Sharon Todisco».
Abbasso le palpebre. I loro volti mi fissano sorridenti, come se non fosse successo nulla. Il collo della mia darling è ancora intatto, né i capelli di mia moglie sono imbrattati di sangue e di cervella. Chissà se hanno avuto la forza di perdonarmi, nell’istante in cui spezzavo le loro vite.
«Il suo caso mi ha sorpreso molto» continua il dottore. «Insomma, lei è un lett-prof, non il genere di persona da cui ci si aspetta un omicidio così brutal». Lo sento sospirare. «Perché ha scelto di non avvalersi di un avvocato difensore?»
Da parte mia, silenzio.
«Perché non si è nemmeno difeso da solo?» è l’inevitabile domanda successiva.
Di nuovo, silenzio.
«Oh well, sapeva a cosa andava incontro» conclude il mio interlocutore. «Le hanno già disattivato l’impianto neurocell nell’encefalo, quindi… let’s go con la condanna!»
Apro gli occhi.
Due cam-drones dalla forma sferica mi fluttuano attorno.
«Immagino sappia in cosa consiste il vanishing», continua il boia, mentre si china su di me per sistemarmi il laccio emostatico. «Ogni particella del suo corpo perderà la propria massa e si ridurrà a una semplice radiazione. Resterà cosciente, ma sarà intangibile. Ovviamente non posso escludere che prima o poi il debole legame che unisce le sue particelle si sfaldi. Però sappia che la sua condanna sarà un ottimo esempio. Nulla scoraggia il crimine meglio del timore di una punizione atroce. Da qui a dieci anni vedranno in questa forma di esecuzione una conquista del progresso».
Con lo sguardo seguo i movimenti delle sue dita, il picchiettio sul vetro della siringa per favorire la salita delle bollicine, poi la punta metallica che penetra nella carne. Lo stantuffo avanza e il liquido blu si sposta dalla siringa al mio corpo. È freddo.
Un secondo. Due. Tre. Nessuna reazione.
Dieci secondi. Uno sgradevole formicolio si dipana dalla zona della puntura giù lungo l’avambraccio, e su fino alla spalla.
Venti secondi. Il formicolio ha raggiunto le dita. Il braccio è scosso da uno spasmo improvviso. I tendini e le vene premono sotto la pelle leggermente sudata.
Trenta secondi. Il gelo della soluzione che mi hanno iniettato si sta tramutando in calore.
Quaranta secondi. Stavolta caccio fuori un urlo seguito dall’imprecazione più blasphy che mi suggerisca l’istinto. Il braccio arde dall’interno, eppure ho l’impressione che la pelle si stia facendo più pallida. Il reticolo delle vene bluastre si fa sempre più evidente.
Sessanta secondi. Il mio braccio sembra fatto di vetro, adesso, e così i muscoli, le ossa, le cartilagini. Là dove dovrebbe esserci un intero arto vedo solo un intrico di filamenti scuri che mi fanno tornare alla mente certi video didattici della scuola sul sistema circolatorio.
«I vasi sanguigni sono gli ultimi a sparire», mi dice il dottore. «Insieme agli organi interni. Guardi, se non ci crede».
Solo allora provo il desiderio di vedere cosa sta succedendo al resto del mio corpo. Guardo il mio ventre: anche lì pelle e muscoli trasparenti, ma sotto il labirinto di capillari pulsa il groviglio rivoltante degli intestini. Le mie viscere! In bella mostra per il pubblico ludibrio! Soffoco a stento un conato di vomito.
D’istinto provo ad aggrapparmi ai braccioli, ma ormai non ho più consistenza e mi sento sprofondare nella materia di cui è fatta la sedia. Come se di colpo mi trovassi seduto sopra le sabbie mobili.
Il volto del dottor Genelme va sempre più up e io sempre più down. Quando gli occhi arrivano all’altezza del sedile provo persino a urlare, ma dalla mia bocca non esce alcun suono. E se anche uscisse, cosa potrebbero fare per aiutarmi?
Per qualche istante si fa tutto buio. La luce rispunta quando la mia testa è ormai al di sotto della sedia e l’ultima cosa che sento è il commento di Genelme: «Ormai è svanito. Bene, next one!»
Adesso sto sprofondando nel pavimento. La discesa è più rapida, forse perché le mie molecole hanno ancora meno massa a fare da ostacolo. E quando l’avranno persa tutta, what happens? Continuerò a scendere more ‘n’ more down, fino al centro della Terra e ancora oltre? O cesserò di essere cosciente prima che ciò accada, disgregato dalle forze fisiche? Forse sarebbe una benedizione, se l’esistenza che mi attende è quella di uno spettro incorporeo che guarda gli altri vivere.
And yet un’altra considerazione attraversa la mia mente: sto per sperimentare una condizione ignota agli uomini, a parte quei pochi sfortunati condannati come me al vanishing. Cosa potrei vedere? Cosa potrei scoprire? Quali possibilità mi aprirebbe trascendere la natura umana?
Con questo pensiero fisso nella mente mi protendo verso l’alto. Il dolore è ormai svanito e il mio corpo, per quanto privo di massa, continua a rispondermi come ha sempre fatto.

Illustrazione di Emanuele Liguori

Piove su Neo-Roma. Per tutta la vita ho odiato la pioggia. Eppure, adesso che le gocce mi passano attraverso, mi scopro a rimpiangerla.
Visto dall’esterno, l’onirografo è un edificio come tanti altri. Se non fosse per l’insegna luminosa a lettere gialle e rosse, si perderebbe nell’anonimato edilizio della città.
Una holoboard all’ingresso indica i prezzi. Dieci euro per un holodream di bassa qualità, venticinque per due holodreams decenti, settanta per il pacchetto da cinque e se tiri fuori duecento euro puoi comprare un’intera holoventure. Per chi soffre di afantasia, la malattia con la più alta crescita di numero di casi nel XXII secolo, l’onirografo rappresenta l’unica fonte di immaginazione indotta artificialmente, ma sono sempre meno coloro che vi fanno ricorso.
A quest’ora della sera la via dell’onirografo è molto trafficata, ma sono pochi coloro che entrano o escono dall’edificio. Uno dei passanti, che forse capita raramente in quella parte della città, commenta: «Toh! E chi si aspettava di vedere questo posto in attività. C’è ancora chi viene a spendere qui i soldi?»
La maggior parte, però, nemmeno degna di uno sguardo l’edificio. Vedo scorrere decine di occhi vitrei, illuminati solo dal lampo bluastro degli impianti neurocell. Tutti parlano, ma i loro interlocutori sono lontani centinaia, migliaia, milioni di chilometri, dall’altra parte del gigaweb che ci connette tutti.
Un pensiero divertente mi attraversa la mente: se un selvaggio dei pochi ettari che restano dell’Amazzonia venisse trasportato nel cuore di Neo-Roma e vedesse ciò che vedo io, penserebbe di essere di fronte a una torma di matti che chiacchierano da soli.
Ma poi un altro pensiero mi raggiunge e rende amara quella constatazione: anche io facevo parte di quella massa. Anche io percorrevo le vie della città perso tra mail, notifiche, bacheche, pagine web che il neurocell mi apriva nella retina dell’occhio sinistro.
Una ragazzina che avrà non più di quindici anni mi passa accanto, e intanto commenta l’ultima puntata di uno scadente show pomeridiano: «Certo che Cecilio è un gran puttanx! Nell’ultimo episodio di Androgini & Androgine ha ammesso di essersi fattx Ana mentre corteggiava Mormo…»
Due innamorati mano nella mano non si guardano, impegnati a dare comandi ai neurocell. Lui: «Ordina su Desire un regalo per Lara. Qualcosa di low-cost ma non troppo, non voglio sembrare greedy. Accedi al suo profilo per…» Lei: «Metti un like al post della Gina, della Suva, della Mena e della… anzi no, alla Suva metti un hug. Quel cagnolino fa così tanta tenderness!»
Dall’altro lato della strada, il volto pingue di un deputato italo-giappo-russo occupa un giga-screen: «Prima di parlare di drop della criminalità, vorrei far notare che il vanishing è stato introdotto in Italia da appena venti mesi e i suoi effetti non possono essere rilevati nel giro di un paio…»
Due salarymen si incontrano per strada e si salutano. Quelli della loro razza li riconosci subito dalle uniformi monocromatiche, di un grigio triste che ricorda il cielo nuvoloso. Ma più dei loro abiti spenti, delle occhiaie violacee e della calvizie precoce indotta dal troppo lavoro, mi colpisce lo stralcio di conversazione che riesco a sentire:
«Hai sentito di Pasquale? Schiattato. Morto. Kaputt».
«E di cosa?»
«Karoshi, pare».
«Ci avrei giurato. Era uno fragile».
«Già, certi lavori non fanno per tutti».
«Non posso dire che mi dispiaccia. Insomma, chi lo conosceva?»
«A me non dispiace per niente. Adesso c’è un posto libero in contabilità».
«E speri che vada a te?»
«Be’, ho bisogno di un aumento. L’holoscreen 250 pollici non si paga da solo. A proposito, vuoi venire da me a vedere il campionato dei nani…»
La mia attenzione è attratta dall’ingresso dell’onirografo. La porta automatica si spalanca e un omone di due metri e mezzo, dall’aria brutale ma non troppo sveglia, spintona sul marciapiede un vecchio brizzolato. L’uomo è così gracile da non riuscire a mantenere l’equilibrio e rovina al suolo, tra le risate di pochi e l’indifferenza dei più.
«Ancora un po’! Vi prego!» piagnucola. «Non potete scollegarmi così».
«Vattene, fuckin’ moron!» tuona il gigante. «Non vogliamo nessun dream-junkie qui! Va’ a disintossicarti!»
«Ma io ho bisogno di quei sogni» frigna ancora il miserabile. «La mia afantasia sta peggiorando. Mi sta uccidendo. Senza gli holodreams…».
Un calcio ben assestato dell’omone lo fa guaire di dolore, ma non lo zittisce: «La prego, mi faccia rientrare. Ho i soldi per pagare, posso…».
«Il padrone non vuole i tuoi soldi sulla coscienza, schifoso junkie! Buzz off!»
Solleva il pugno con aria minacciosa e di fronte a quel gesto il vecchio arretra sconfitto. La porta si richiude, la calca di curiosi si disperde.
Il miserabile si tira su a fatica. Nessuno lo aiuta, of course. Alla gente è bastato sentire che l’altro lo apostrofava come un drogato di holodreams per decidere di non averci niente a che fare. Inutile essere ipocriti, anche io l’avrei fatto. Non viene mai niente di buono dall’aiutare un onirodipendente.
Però adesso non ho più un corpo né qualcosa da perdere, quindi posso almeno seguire l’uomo per la curiosità di vedere dove andrà a rintanarsi.
Fluttuo nell’aria finché non gli sono accanto e lo osservo meglio: dai vestiti non si direbbe un poveraccio, uno di quei junkies ridotti al lastrico dalla propria dipendenza. È un uomo distinto, forse un salaryman in pensione, e questo mi fa provare ancora più pena per la sua condizione.
Non ha con sé un ombrello, o se ce l’aveva l’ha lasciato nell’onirografo. I suoi abiti si fanno presto zuppi d’acqua, i suoi fremiti di freddo si fanno più frequenti, ma non lo sento lamentarsi. C’è qualcosa di ammirevole in quello stoicismo.
«Un sole rosso sorge su Marte. Palpiti di vita fluorescenti nell’abisso delle Marianne», mugugna lungo il tragitto. «Lo splendore della vita mesozoica. Infinite mangrovie nelle selve del Carbonifero». Devono essere gli holodreams che fa nell’onirografo. «Le nebulose di Orione. I raggi B balenano tra le Nubi di Magellano». Vedo una lacrima argentea scendergli da un occhio.
L’uomo prende via Celio Vibenna, poi svolta verso l’intrico condomini che occupa l’ex-parco del Colle Oppio. Non è la zona migliore per passeggiare la sera, e difatti inizio a domandarmi che intenzioni abbia. Sempre che ne abbia una, chiaro. I palazzoni figli dell’edilizia sfrenata nascondono il cielo dietro le loro cime, rabbuiando quelle viuzze nonostante l’illuminazione artificiale.
«Ehi, vecchio!»
La voce poco amichevole di un uomo dal fisico possente rompe il silenzio, ma il vecchio continua a camminare e a biascicare frammenti di visioni oniriche, mentre gli occhi spenti vagano nel nulla.
«Parlo con te!»
Una mano appesantita da cinque pacchianissimi anelli si stringe attorno al colletto del vecchio. Calvo e con tutto quel metallo addosso, tra borchie e paramenti, il suo aggressore dev’essere il centauro di una qualche banda di teppisti. Un drago tribale gli decora la parte destra del volto.
«Dammi tutto quello che hai, vecchio! Tutti i soldi, forza!» è la minaccia che tuona subito dopo.
Mi viene spontaneo lanciarmi verso i due, come se potessi ancora intervenire fisicamente e salvare l’uomo dell’onirografo dall’aggressione. Un ultimo e vano gesto da good samaritan, diciamo così.
Per un istante, il «No!» del vecchio mi esplode nella testa.
Mi aspetterei di attraversare il suo corpo e ritrovarmi dall’altra parte, e invece un attimo dopo ho lo sguardo del thug boy inchiodato nel mio, le sue dita grassocce e forti che mi stringono la gola. Istintivamente serro il pugno destro e sferro un colpo al suo viso, il più forte possibile. L’omone emette un rantolo bestiale e mi lascia andare.
Indietreggio di un paio di passi e guardo le mie mani. Sono le stesse del vecchio. E così le gambe più sotto, i piedi nelle scarpe di synthleath. Piego le dita e mi inebrio della sensazione di avere di nuovo un corpo fisico. Non so come, ma sto possedendo il vecchio.
Alzo lo sguardo al cielo e lancio un urlo euforico.
Ma la gioia ha vita breve e un dolore lancinante al ventre mi riporta alla realtà. Abbasso lo sguardo. Il manico di un coltellaccio, stretto nella mano del centauro calvo, sporge da una ferita sanguinante. Prima che possa provare a ritrarmi, l’uomo lo fa scattare verso destra e mi dilania ulteriormente le carni.
Faccio forza sulle gambe per rimanere in piedi, ma le ginocchia cedono all’ennesima scossa di dolore e crollo sull’asfalto.
«L’hai voluto tu, asshole!» tuona ancora una volta il teppista, prima di chinarsi su di me e frugarmi nelle tasche.
O meglio, fruga nelle tasche del vecchio, e quando trova la money-card si dilegua di corsa nella stessa direzione da cui è sbucato. Sì, fuggi, maledetto! Fuggi dopo aver commesso indisturbato il tuo evitabilissimo delitto.
Sento la vita dell’uomo scivolare via dal suo corpo martoriato e malandato. Morirò anch’io? Non è questa la domanda che mi preme di più. Piuttosto, mi chiedo: è per questo che fanno svanire i condannati? Sono questi i risultati a cui aspirano il deputato Curoscivo e il dottor Genelme, e le centinaia di deputati favorevoli al vanishing, e le migliaia di docs solerti a infliggerlo?
«Drop della criminalità un beato cazzo!», sibilo a denti stretti, prima di separarmi dal corpo del moribondo e lasciarlo al suo destino. 

*

La signora Flora Ramirez è in piedi davanti all’hologlass.
Si sta spogliando, inconsapevole Susanna nel mirino di un invisibile peeping Tom.
Non è bella. Le natiche mostrano i crateri della cellulite. I seni già flosci terminano in due capezzoli troppo lunghi e stretti. La peluria tra le gambe è incolta e irregolare. Infine il viso sembra uno di quei mascheroni baluba con le guance scavate, gli zigomi sporgenti e i labbroni gonfi.
La signora e il signor Ramirez si sono trasferiti nel mio vecchio appartamento dopo la condanna. Hanno rimosso ogni traccia dei precedenti abitanti, come se io, Trisha e Sharon non fossimo mai esistiti. Posso vagare anche per ore da una all’altra senza trovare un solo oggetto familiare. In compenso ogni stanza è diventata un profluvio di arredamento kitsch messo insieme at dog’s cock, per far rivoltare ulteriormente nella tomba la mia poor poor moglie, che aveva pure tanti difetti ma di sicuro non quello del senso estetico.
Il marito di Flora è già sdraiato sul letto, nudo, col grosso ventre rivolto in su. Sfoggia un’erezione che sembra sbeffeggiare la mia mancanza di un corpo fisico. Gli occhi sono spalancati e brillano di una sfumatura accesa dell’azzurro, segno che il sistema neurocell è impostato su qualche simulazione virtuale. Non devo fare alcun sforzo d’immaginazione per capire di quale natura.
«Amore».
Mi volto nella direzione della voce. Per un attimo l’immagine di Trisha si sovrappone a quella di Flora, poi i labbroni e gli zigomi troppo pronunciati prendono il sopravvento sul volto angelico della mia amata.
«Amore, indovina un po’ di cosa ho voglia» continua Flora.
La sua voce non ha niente di aggraziato o di sensuale, eppure mi provoca di nuovo un brivido d’eccitazione. Sarà l’astinenza.
L’uomo non ha la minima reazione, forse non l’ha nemmeno sentita. Flora alza le spalle, non sembra sorpresa. E le sue successive parole, mentre avanza verso il letto, me lo confermano: «Meglio così, caro».
Mi viene istintivo venirle incontro, protendere le braccia verso il suo corpo nudo. Se potessi stringerei quei seni cascanti tra le dita e fingerei che siano quelli di Trisha. Scenderei a baciarle quel pube selvaggio immaginando i pendii lisci e dolci di mia moglie.
Ma quando provo ad abbracciarla, stringo il vuoto. Mi volto e la trovo già sdraiata sul letto, intenta a dare il comando al proprio neurocell: «Attiva la simulazione numero 12: threesome in piscina».
Osservo quei due esseri umani nello stesso giaciglio che si ignorano a vicenda e provo una sensazione di familiarità. Io e Trisha ce ne stavamo sdraiati l’uno accanto all’altra senza cercarci, senza nemmeno parlarci. Lasciavamo scorrere in mezzo al letto un muro invisibile eppure invalicabile. Ricordo che in dodici anni di matrimonio c’è stato un solo tentativo, da parte di lei, di chiedermi come fossero andate le cose a lavoro quel giorno; e io le avevo risposto con un sospiro e nulla di più.
Abbasso lo sguardo alla destra del letto. Il pavimento in resina è immacolato, eppure ricordo alla perfezione la grossa macchia di sangue scuro che si allargava dal corpo di Trisha. L’arma del delitto, una statuina di foggia maori regalata per il nostro matrimonio, mi era rotolata dalla mano finendo accanto a lei.
Perché l’avevo uccisa? Me lo sono chiesto molte volte, prima e dopo il processo, durante la prigionia, persino dopo il vanishing. E credo di aver saputo da sempre la risposta, ma solo adesso posso ammetterla senza remore: l’ho fatto perché mi andava. Perché a un certo punto, qualcosa dentro di me ha preso la parola e ha detto al mio cervello: “Quanto sarebbe bello ammazzare qualcuno. Così, per divertimento, perché non capita tutti i giorni.” E su chi poteva ricadere la scelta della vittima, se non su Trisha? Vedi un po’ che onore ti ho concesso, my dear wife!
Un tuono risuona fuori dalla finestra. Anche la sera dell’omicidio tuonava, e sull’uscio della camera Sharon piangeva. Se solo avesse trovato la forza per fuggire, forse non l’avrei uccisa. Sure, l’avrei lasciata scappare. E invece voltandomi me l’ero trovata di fronte, impietrita dal dolore.
«Tesoro, non piangere», le avevo detto con tutta la dolcezza che un padre può tirare fuori.
E con cattiveria altrettanto smisurata le avevo stretto le mani intorno al collo. Crack! In trentotto anni di vita non avevo mai provato una sensazione del genere. L’inebriante sensazione di avere il potere di dare la morte.
Torno a contemplare la coppia nel letto e la loro abulia, che poi è anche la mia e quella di Trisha, così come di centinaia, di migliaia, di milioni di esseri umani. Ho intravisto la porta da spalancare per rompere la stasi in cui noi uomini moderni siamo condannati e non la richiuderò tanto facilmente, nossir!
Dal giorno dell’incidente col vecchio junkie mi sono chiesto più volte come ho fatto a possederlo, prima che venisse accoltellato. E mi sono dato una risposta: in quel momento la sua mente era partita. Andata. Lost. Gone mad. Persa dietro tutte quelle fantasticherie di sogni olografici.
Mi chino sul nuovo padrone di casa mia. È ancora immerso nel suo sogno virtuale erotico, lo capisco dai lampi nei suoi occhi persi nel vuoto. Forse in questo momento la sua mente è debole tanto quanto quella del vecchio, forse anche di più. Be’, tentar non nuoce.

*

Il centauro calvo giace riverso nel proprio sangue sull’asfalto. Dalla voragine aperta sul lato destro del cranio colano pezzi d’osso, meninge e materia cerebrale.
I suoi occhi spalancati mi ricordano quelli di Trisha, benché siano castani e non verdi. Incredibile come occhi di persone diverse, magari di colori diversi, si assomiglino tutti nella morte. Così come si assomigliano i loro cervelli, le loro ossa, la loro carne martoriata dalla mano dell’assassino.
Fracassargli la scatola cranica mi ha dato un piacere che non provavo da tanto, da… da quando ho ammazzato Trisha e Sharon, direi. Solo che stavolta si è aggiunto un ulteriore dettaglio perverso: ho ancora meno cose da perdere. Io sono un puro spirito, il corpo che manovro è di un altro. Se sarò arrestato, la condanna colpirà Ramirez, non me. Se sarò assalito dai compari dell’ucciso, morirà Ramirez, non io.
Nella via deserta risuona il plic! plic! del sangue che cola dal tubo che ancora stringo in mano, almeno finché non è sommerso dall’ennesimo urlo della puta che era in compagnia del thug boy appena ammazzato. Se ha un grammo di cervello, sarà andata a chiamare rinforzi.
Not bad! Io resto qui, non vado da nessuna parte. Mandatemi contro tutti i tipi armati che volete! Risponderò loro per le rime, e quando avranno ridotto questo mio corpo a una poltiglia irriconoscibile andrò alla ricerca di un altro ospite da possedere.
Neo-Roma è piena di menti deboli. E io sto iniziando a scoprire come servirmene. 

Marco Daniele è nato a Mottola nel 1990 e risiede attualmente a Taranto, dove insegna italiano, storia e geografia nelle scuole secondarie. Dopo gli studi classici si è laureato in Lettere moderne a Lecce e ha conseguito un dottorato di ricerca in Letteratura italiana contemporanea a Bari, con un lavoro sull’attività di Piero Gobetti come critico letterario e teatrale; diversi suoi saggi di italianistica sono presenti in riviste accademiche e atti di convegno. Lettore onnivoro con una predilezione per la grande categoria del fantastico, scrive di cinema, serie televisive, fumetto e animazione per diversi siti. Ha pubblicato racconti e poesie su riviste e in antologie cartacee, mentre la sua prima raccolta poetica è in corso di stampa presso l’editore Bertoni.

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