Storia del re Salmanassar, primo del suo nome e ultimo della sua stirpe

Ogni anno, dal 1996, la Fondazione Il Campiello si impegna a valorizzare le opere di giovani scrittori, fra i 15 e i 22 anni, indicendo il concorso Campiello Giovani, che quest’anno compie 26 anni.
Nell’attesa della selezione del vincitore , che avverrà a settembre 2021 a Venezia, vi proponiamo il racconto di Letizia Rigotto, fondatrice e redattrice de La Seppia, segnalato dalla giuria.

Il re Salmanassar era solito chiamare nel suo vestibolo i viaggiatori appena sbarcati al porto, così che questi gli raccontassero storie su sovrani di terre lontane, da cui prendere o non prendere esempio, a seconda dell’umore.

Dalla sua terrazza, mentre beveva il thè, faceva scorrere lo sguardo su tutta la linea costiera: lontano, alti muri di pietra si tuffavano nel mare blu, come una grossa barriera che proteggeva il porto, costruito su una parte di costa più dolce, dove la sabbia bianca come farina si immergeva nel mare trasparente. Qui, fin dalle prime luci dell’alba, passando per l’acqua increspata, i raggi del sole disegnavano ampi quadrati sul fondo, che si dissolvevano al passaggio delle barche.

A vela, a remi e a vapore, a centinaia affollavano ogni giorno le banchine: il rumore delle cime si alternava alle grida dei pescivendoli, quello dei carretti a quello dei marinai che, con la pelle arsa dal sole, offrivano passaggi e giri dell’isola ai forestieri.

Ad ogni angolo, bancarelle, carretti e bancali i cui proprietari si sfidavano a chi urlava di più, chi brandendo decine di grappoli d’uva, chi pesci lunghi due metri, chi con le dita piene di anelli, orecchini, collane e bracciali di ogni genere.

Salmanassar guardava quel formicaio ogni giorno e scorreva e catalogava con lo sguardo tutte le figure che gli si presentavano, fin nei più minimi dettagli. Quando aveva deciso, dopo dieci minuti come dieci giorni, con gli occhi semichiusi dietro le folte sopracciglia bianche, allungava le sue lunghe dite affusolate fuori dalla manica, le schioccava, e subito una carrozza partiva per riportargli il prescelto.

Quel giorno era stato condotto da lui un mercante di stoffe che si stava dirigendo ad estremo Oriente per un grosso affare, un affare talmente ben fatto che gli avrebbe permesso di vivere di rendita per più di cent’anni.

Il mercante, condotto nel vestibolo, consapevole di ciò che volesse il re, essendo quel suo vezzo famoso ben lontano anche dai confini del regno, bevuta una sorsata di thè, cominciò la sua storia.

 

Storia del mercante di stoffe

Diecimila anni fa, su quel trono che governa lo stretto, sedeva re Filippo della dinastia che regnò sugli altipiani. Suo padre, il re Giorgio della dinastia che regnò sugli altipiani e sui mari, era conosciuto come il re più crudele mai esistito, e tuttavia sotto il cui governo il trono si era più arricchito. A guerre lunghe e sanguinose seguivano paci ricche e abbondanti, ma il benessere di alcuni doveva essere pagato dalle sofferenze di molti, così che fuori dalle mura del palazzo erano in pochi a conoscenza di quella smisurata ricchezza e ancora meno quelli che erano riusciti a vederla.

Questi, tornando alle loro case, raccontavano delle inenarrabili ricchezze che avevano potuto scorgere, cercando di descrivere tutto quello sfarzo, ma non trovando le parole: c’era chi raccontava di aver visto delle scale talmente alte da non avere fine, chi diceva di aver visto animali giganteschi pascolare per il giardino e chi giurava di aver visto le dame di corte nuotare in fiumi di latte e cioccolato.

Fra i vicoli dei bassifondi, le storie delle meraviglie del castello si ingrandivano, modificavano, stravolgevano, così che nessuno potesse veramente dire che cosa fosse vero e che cosa no.

“Ve lo giuro!” Urlava uno sbattendo i pugni sul tavolo “L’ha tenuto! Io ho combattuto alle Acque Argentee, ho visto quel veliero, ho passato le notti di guardia ad impararne a memoria tutti i particolari! Vi giuro che l’ha tenuto e l’ha messo sotto il porticato del chiostro!”

“Non è un veliero!” Gli rispondeva un altro “è un tempietto antico: il re se l’è fatto portare dopo la campagna delle Montagne Innevate. Io lo so, l’ho visto”

“Ah sì, e quando? Prima o dopo che ti buttassero fuori rinchiuso in una botte?”

Tuttavia, benché non si concordasse sul vero aspetto del castello, tutti erano d’accordo sulla crudeltà del Re: non erano state poche, durante il suo regno, le razzie, gli abusi e le umiliazioni dei cavalieri nei confronti della popolazione: ogni mese le guardie andavano di casa in casa a riscuotere ad ognuno il frutto del proprio mestiere, oltre che i favori delle figlie, ma di certo vi è una storia più tristemente famosa legata al suo nome.

Era usanza, infatti, ormai da molti anni presso quella città come in molte altre, festeggiare il Carnevale: ogni anno, per interi giorni le persone sfilavano vestite maldestramente come immaginavano potesse vestirsi una principessa, un duca, un re. Le osterie e i ristornati erano pieni di persone che si bevevano quei pochi soldi atteggiandosi a gran signori e che facevano il verso alle pattuglie in armatura.

Ciò non piacque a Re Giorgio, che due giorni dopo la fine del Carnevale di diecimila e quarant’anni fa fece prelevare, “Senza le dovute cortesie”, un figlio per ogni famiglia della città, che venne con cura ucciso.

Ci si fece premura, tuttavia, di conservare le pelli e affidarle alle mani esperte dei sarti di corte, raccomandando loro che fossero pronte per l’indomani.

Il giorno dopo, in una bella giornata di inizio primavera, si tenne la sfilata. Nessuno, da quel giorno in poi, osò mai indossare nient’altro che gli abiti da lavoro.

Il castello, tuttavia, rimase incantato: troneggiante con le sue mura e le sue torri, come osservandoli, quel castello sembrava emanare un costante bagliore, tanto che non c’era differenza tra giorno e notte.

In ogni locale, negozio o casa serpeggiavano le leggende su cosa contenesse veramente quel palazzo, e, mentre ai più avidi si accendevano gli occhi al sol pensiero, quelli più memori sviavano l’argomento impauriti.

Re Giorgio regnò per sessant’anni. Quando morì, lasciò trono e ricchezze al suo unico figlio, Re Filippo.

Appena salito sul trono, questi promise che sarebbe stato un re generoso, buono e capace di perdonare, che mai avrebbe macchiato il suo onore e la sua discendenza degli orrori commessi dal padre.

La sera della sua incoronazione ordinò che si facesse una grande festa e che fossero invitati tutti gli abitanti del regno. Mandò le sue guardie a distribuire gli inviti ad ogni casa, da quelle fatte di argilla sulle sponde dei fiumi a quelle in legno delle più alte montagne.

I sudditi, all’arrivo di quei sontuosi mantelli in velluto, si toglievano umilmente il cappello e, alzandosi zoppicanti, guardavano increduli la lettera che veniva loro porta, così piena di ricami in oro da riflettere la luce, tanto che a stento si riuscivano a vedere le parole; chi le vedeva, in ogni caso, non avrebbe saputo leggerle, così che le guardie erano costrette a recitarle ad ogni porta.

Come lo seppe una persona, lo seppero tutti: non c’era piazza, vicolo o angolo di strada dove non ci fossero capannelli di gente intenta a confrontarsi, a mostrarsi le lettere, a discuterne.

Il giorno della festa, ognuno cercando di accaparrarsi a gomitate e spintoni il posto migliore, tutti si radunarono sotto le mura del palazzo.

Quelli più avanti, appena a ridosso del fossato, bisbigliavano fra di loro indicandosi l’acqua, chi giurando di aver visto un coccodrillo, chi un ippopotamo. Dall’altre parte, quelli più indietro allungavano il collo, saltavano e si arrampicavano sui vicini per vedere meglio che cosa stesse succedendo.

Quando si sentì il rumore del ponte levatoio che veniva abbassato tutti si ammutolirono: dalla porta venne emanato un bagliore così luminoso che quelli in prima fila dovettero coprirsi gli occhi.

A tentoni la folla lenta e infinita cominciò a defluire attraverso la porta, radunandosi nella corte principale. Nel silenzio che si era subito creato e che persisteva ostinatamente, le persone si guardavano intorno beandosi gli occhi di tutta quella ricchezza. Allungando i colli timidamente, lanciando di nascosto occhiate che cercavano di vedere il più possibile, ognuno rimaneva zitto e immobile nella propria posizione, con gli occhi che luccicavano da una parte all’altra.

I nobili e i cavalieri, invece, robusti nei loro sfarzosi abiti e nelle loro pesanti armature, si davano di gomito davanti a quella marmaglia vestita di stracci, mentre le dame ridacchiavano indicando quelli che ai piedi, al posto delle scarpe, avevano dei pezzi di corteccia legati con delle alghe.

Il ciambellano, in alto dal loggiato, ordinò solennemente che gli ospiti fossero portati nella sala del trono, poi schioccò le dita, facendo muovere duecento servitori che, con un cenno del capo, chiedevano i cappotti.

A quel segno i più anziani, spaventati, non avrebbero esitato a consegnare immediatamente tutto quello che avevano, ma venivano fermati prontamente e con gentilezza, e sospinti con un sorriso nella giusta direzione.

In piedi davanti al suo trono, intanto, il Re si inorgogliva e si guardava intorno, controllando che i cristalli fossero ben lucidati, che i vetri fossero risplendenti e gli arazzi ben stirati.

Aveva disposto che ad ogni visitatore fosse dato tanto cibo per il doppio del suo peso e tanta acqua per quanto fosse la capienza delle loro cantine.

Quando la folla riempì l’immenso salone, il Re batté le mani e dalle due porte laterali cominciarono ad uscire in fila indiana centinaia di servitori, con vassoi d’oro così ricolmi di cibo che la maggior parte cadeva durante il tragitto, a formare montagnette di carne, pesce, pane, formaggi, insaccati, frutta e verdura che un solo di quei cesti sarebbe bastato per una vita intera.

Davanti ai loro occhi, la folla vedeva sfilare tanto cibo quanto non e avevano mai visto, talmente tanto cibo che la maggior parte sarebbe andata a male prima che potesse essere mangiata.

“Prendetene tutti, miei sudditi!” Urlava il Re “Questa è la prova della mia bontà! Mai più si vivrà come sotto mio padre! Abbondanza! Pace!”

Sentite queste parole la folla, accecata da una fame che non credeva di avere, si gettò sui vassoi, facendo cadere i servitori che, una volta usciti da quella foresta di gambe che li tartassava, corsero indietro per dove erano entrati.

In meno di un minuto, la sala del trono fu ridotta ad un campo di battaglia, non tanto diverso da quelli che raffiguravano gli arazzi del padre: gente che si contendeva un vassoio ormai vuoto, solo per il gusto di averlo, uomini che con le unghie grattavano sul pavimento cercando di avventarsi sul cibo caduto, donne che si tiravano furiosamente i capelli per una pagnotta.

In un momento, tutto il cibo era stato ridotto ad una massa immangiabile sparsa sul pavimento e la folla, non avendo più niente da contendersi, iniziò ad avventarsi sulle tende, sulle tovaglie, sulle posate e sui bicchieri. I tavoli furono ribaltati, le sculture si frantumarono al suolo, i lampadari caddero dal soffitto facendo volare schegge di cristallo da tutte le parti, subito afferrate e intascate.

Quando riuscirono a staccare anche l’intonaco, guardandosi intorno con occhi e denti di lupo, si fiondarono sui nobili, che invano cercarono di instaurare un dialogo.

I nobili con le loro dame giacevano a terra, privati di qualsiasi cosa di valore avessero avuto indosso, cercando di tenere insieme quei pochi stracci di cui erano vestiti.

I cavalieri, sconfitti e disarmati, cercavano di arrampicarsi sui monumenti per sfuggire al mare di mani che cercava di afferrarli.

Il Re, subito scortato nelle sue stanze dalle sue guardie del corpo, rimase tutta la notte sveglio a sentire le urla affievolirsi, fino a quando non poté scendere e vedere il suo palazzo totalmente distrutto.

Tutti i mobili, tutti i dipinti, tutte le statue, tutto le indicibili ricchezze che Re Giorgio aveva guadagnato in sessant’anni di regno, così grandi da riempire tutto il suo immenso palazzo, così grandi che i servitori, le dame e le guardie dovevano farsi largo a fatica in mezzo ai corridoi, alle sale e ai saloni straripanti d’oro e d’argento, tutto era stato saccheggiato o fatto a pezzi.

Mentre il castello era avvolto nel silenzio, tuttavia, fuori dalle mura per tutto il giorno si sentirono grida e musica, e chi si fosse avventurato per quei vicoli avrebbe visto muratori lavorare con guanti ricamati in velluto, puttane lungo le strade vestite come le più ricche principesse, famiglie pranzare a pane e acqua su tavoli apparecchiati con posate d’argento e portatovaglioli in oro, su sedie e tovaglie ricamate e incastonate di diamanti. In fondo al villaggio, un vecchio cieco fumava seduto sul trono del Re, spegnendo il mozzicone sul bracciolo su cui era intagliata la testa di un drago.

Il Re, in mezzo al suo palazzo distrutto fino alle fondamenta, alla richiesta del capo delle guardie di fare una strage di quegli ingrati e rimpossessarsi delle ricchezze del regno, rifiutò con orrore, ribadendo che mai e poi mai lui si sarebbe macchiato delle stesse crudeltà commesse dal padre.

Al contrario, fece mandare nuovamente una lettera ad ogni suddito in cui assicurava clemenza, misericordia e compassione per quelli che avrebbero riportato il dovuto a palazzo.

Questa volta, però, quando i sudditi sotto i loro sontuosi mantelli in velluto videro arrivare a piedi le guardie, risero quando fu riferito loro il contenuto della lettera.

Il Re rimase sveglio ad aspettare, seduto per terra nella stanza del trono, ma nessuno venne. Il secondo giorno, dopo aver ordinato ai pochi servitori rimasti che grattassero i fondi delle padelle, fece scrivere un’altra lettera, uguale alla prima, ma nessuno venne.

Stette ad aspettare dieci giorni, ma non si presentò nessuno.

L’undicesimo giorno, atterrito dai morsi della fame, il Re si risolse ad andare a mendicare un po’ di pane al mercato.

Vestito ormai solo di un mantello, avendo mangiato il resto dei vestiti la notte addietro, faceva una brutta figura in mezzo a tutta quella gente in cui anche il garzone era vestito delle più sontuose stoffe.

Ad una dama che beveva dell’acqua da una tazza d’ambra chiese cortesemente se avesse un pezzo di pane, anche secco, da dargli. Questa lo guardò schifata e girò lo sguardo, continuando a bere il caffè.

Al proprietario di un’osteria che stava buttando in acqua delle teste di pesce con indosso delle scarpe di pelo di ermellino chiese se ci fosse qualche avanzo dalla sera prima, ma questo gli sputò in faccia e gli intimò di togliersi di mezzo.

Ad un ubriacone che beveva da un fiasco a bordo della strada con una grossa collana d’oro al collo chiese se sapesse di un panettiere, ma questi si alzò e barcollando si risolse di dargli un pugno sul naso.

Al calar del giorno il Re tornò al suo palazzo. Rimasto solo, poiché chi non era morto di stenti se n’era certo andato, si mise a grattare con le unghie ciò che rimaneva del pavimento, cercando di trovare qualche pezzo di cibo rimasto dalla sera dell’incoronazione, finché anche quello non bastò più.

Nessuno conobbe mai la verità su Re Giorgio: i più sostenevano che fosse morto di fame, alcuni dicevano che avesse trovato un impiego in città, altri che se ne fosse andato. Non erano in pochi a giurare di aver scortato il Re oltre le colline sul proprio carro, o di avergli pagato un passaggio su una nave oltre lo stretto.

Le storie che circolavano sul Re, sulla sua fuga, sulla sua morte, come quelle del castello, si ingrandirono, articolarono, uscendo fuori dal controllo della prima bocca che le aveva raccontate e trasformando il Re in un santo.

“Quel sant’uomo!” Urlava uno “Quando gli ho offerto un passaggio era così grato da avermi dato l’ultimo pezzo di pane che aveva!” oppure “Non vi dico!” urlava un altro “L’hanno visto nel paese qui vicino, senza neanche un capello in testa perché, a quanto pare, se li era tagliati e li aveva regalati ad un donna in disgrazia perché li rivendesse”.

Nelle osterie si litigava fra chi lo riteneva morto, e chi urlava che fosse ancora vivo, e che in alcuni paesi c’erano persone che dicevano di averlo visto in giro a regalare perfino i suoi denti, urlando “Mai più le crudeltà di mio padre! Pace! Abbondanza per tutti!”

Sulla fine della città, tuttavia, tutti si trovavano d’accordo.

Dopo poco, infatti, gli abitanti cominciarono a non indossare più quei ricchi vestiti, a portare i guanti di velluto o i mantelli per ogni piccola commissione quotidiana. Ricominciarono ad indossare i loro stinti vestiti da lavoro, sia perché erano più comodi, sia perché avevano capito che se tutti erano ricchi allora nessuno lo era veramente.

Tutti quegli oggetti, all’inizio così splendenti, ora avevano perso qualsiasi preziosità e se ne stavano impolverati sul fondo di qualche baule, dimenticati su una credenza, buttati nelle discariche o bruciati nei cortili.

Anche quelli che si divertivano a prendere in giro i gran signori con i loro vestiti addosso, non vedendone più in giro si stufarono, e piano piano anche le sontuose stoffe furono utilizzate per cucire nuovi abiti da lavoro.

Come prima, tornarono poveri, solo che adesso non avevano nemmeno più il loro castello ad osservarli.

Scegliete voi dunque, Vostra Altezza, quale sia meglio: se il re crudele e avaro, sotto il cui regno però furono conquistate innumerevoli terre e popoli e guadagnate meravigliose ricchezze, o il re buono e santo, tanto prodigo verso i suoi sudditi da morire senza tomba e senza denti.

 

II.

Una lunga distesa di case bianche col tetto piatto riempiva la pianura. Arroccati, incastrati e appoggiati l’uno sull’altro, migliaia di cubi riempivano ogni centimetro di suolo disponibile. Sulle migliaia di tetti, centinaia di panni stesi sventolavano colpiti dal vento, così che tutto intorno a lui il re Salmanassar vedeva solo puntini mobili colorati, che ondeggiavano, si allargavano, si restringevano e a volte volavano via, disegnando un’ampia parabola che si perdeva poi in quella foresta di mura.

Bevendo il suo thè, il re poteva ascoltare le voci e le conversazioni che si stendevano per tutta la sua pianura, come se avvenissero proprio davanti ai suoi occhi: poteva sentire il fornaio lamentarsi del prezzo della farina, le filastrocche che le madri raccontavano ai bambini per addormentarli, fino ai sussurri di rabbia dei giocatori d’azzardo e i fischiettii dei netturbini che di notte pulivano le piazze e i vicoli. Il giorno lo assordavano i rumori dei carretti trascinati di corsa per le strade, mentre di notte non c’era urlo di ubriaco che non potesse da quello essere riconosciuto.

Come suo padre prima di lui e come tutta la sua stirpe, fino ad Ashur – rim – nisheshu, che per primo aveva sollevato e spostato il monte Chikah Dar, su cui aveva costruito il suo palazzo, anche Salmanassar poteva sentire tutto, ma non riusciva a vedere niente.

Quel labirinto di case e di panni, di suoni e di persone che si incrociavano era talmente fitto che nulla poteva essere chiaramente distinto, così che il re conosceva ogni suo suddito, ma non era mai riuscito a vedere il suo regno, tranne per il porto, su cui puntava giorno e notte il suo sguardo.

Un giorno qui sbarcò un noto bancario, la cui argutezza in affari era ammirata e deplorata a seconda delle persone che con lui erano costrette a trattare.

Il re, fatta mandare una carrozza per prelevare l’uomo, lo fece condurre a sé e, fattolo mangiare e bere quanto riteneva opportuno, lo invitò a raccontare la sua storia.

 

Storia del noto bancario

Ai due lati opposti di una valle, stavano, arroccati su due aspri monti, i troni di due potenti re. Questi, da sempre contendendosi ognuno la propria supremazia sulla pianura sottostante, non avevano esitato a mandare i loro eserciti a morire in brutali guerre gli uni contro gli altri.

I re si susseguivano, le guerre continuavano, ma nessuno riusciva mai a conquistare definitivamente la valle.

Quando, dopo sette generazioni, nacquero i nuovi eredi, il Principe Federico e il Principe Enrico, il terreno a lungo conteso era ormai ridotto ad un deserto, piegato da carestie e povertà.

I due re, dunque, pur abituati da sempre ad essere rivali, stipularono un patto per riportare la valle alla sua bellezza e fertilità, poiché in quelle condizioni di certo non avrebbe arricchito nessuno dei due regni.

La tregua venne firmata, si stabilì che la prima figlia femmina avrebbe sposato il primo figlio maschio di ognuno e, perché la pace potesse cementarsi e durare più a lungo anche nelle generazioni successive, si decise di crescere i due principi insieme.

Essi, più bambini che principi, divennero subito amici: vennero educati insieme, venne disposto che giocassero solo fra loro due e furono addirittura alloggiati nella stessa stanza.

Quando i bambini crebbero, cominciando ad essere messi in contatto con i primi doveri, rivelarono i loro caratteri totalmente opposti: il Principe Federico si dimostrò una persona poco incline al gioco e alla battuta, assorbito nella giusta amministrazione di tutto quel denaro di cui i cancellieri gli rendevano conto. Secondo le fonti, egli passò la sua giovinezza in uno stanzino, curvo sui libri, cercando qualsiasi nozione che potesse essere utile al suo buongoverno, e nemmeno il matrimonio con la sorella del Principe Enrico, famosa a corte per la sua bellezza, lo fece alzare dalla sedia.

Il Principe Enrico, al contrario, davanti a quei documenti pieni di conti, decise di esercitare, più che i suoi doveri, i suoi diritti: ritornando raramente al palazzo per dormire, egli passava tutte le giornate nella valle rifiorita, girovagando per bordelli e osterie, ostentando, ad ogni conto offerto alle gentildonne, la sua carica.

Come per il Principe Federico, nemmeno per il Principe Enrico il matrimonio fu utile a rimetterlo sulla buona strada.

Gli anni passavano, e mentre i re e i sudditi si rallegravano di quella pace così fruttuosa, i due principi continuavano le loro solite vite. Alla fine della giornata, le poche volte che il Principe Enrico dormiva nella sua camera, raccontava entusiasta al Principe Federico delle bellezze della valle, mentre questi leggeva, appuntava e studiava, tutto curvo sulla sua scrivania:

“Dovresti proprio lasciar perdere tutte quelle scartoffie” Gli diceva seduto in poltrona “Tra tutti i servitori ci sarà qualcuno che sa fare due più due. Tu dovresti pensare solo a divertirti. In fondo, è questo il bello di essere re”

“Non sono ancora re” Rispondeva l’altro, strizzando gli occhi per cercare di leggere “Ma per quando lo sarò, dovrò sapere bene come amministrare il mio regno. Tu, piuttosto, dimmi, sai qualcosa di ripartizioni di grano, di rotte commerciali e diplomazia?”

“Niente meno di niente, ma so come si vive veramente nella valle: so dove andare per mangiare bene, dove per bere meglio, conosco le zone da non frequentare e quelle che riservano belle sorprese. Tutte cose, amico mio, che non troverai mai fra quei libri”.

Gli anni passarono, la valle si arricchì sempre di più e, un giorno come un altro, arrivò la notizia della morte dei due re: il Principe Federico si trovava, come al solito, nel suo studiolo, talmente assorto che, quando il servitore gli riportò il fatto, lo liquidò velocemente con un mugugno e un gesto della mano. Il Principe Enrico, invece, si fece sussurrare la notizia nell’orecchio da una gentildonna della valle, per poi alzare il calice e brindare a se stesso, nuovo e unico re.

Questa era, insomma, la situazione della valle, e si può dire che non molto cambiò in seguito: i due principi ormai re si dividevano oneri e onori, dividendosi tra l’immagine pubblica e l’amministrazione. Il Re Enrico se ne stava sempre in giro, circondato da tutte le personalità più esuberanti che riusciva a trovare, mentre il Re Federico stava sempre più rintanato e curvo sulla sua scrivania, disponendo di merci, ripartizioni e tasse. Questi, in particolare, rimaneva talmente tanto tempo in quello studio che vi aveva fatto spostare il proprio letto e, dopo che ordinò che il cibo fosse fatto scivolare sotto l’uscio per non disturbarlo inutilmente, divenne praticamente inesistente. Erano in pochissimi quelli che potevano vantare di averlo visto, ancora di meno quelli che potevano dire di avergli parlato: da anni, ormai, poiché i libri non richiedevano un interlocutore, non faceva altro che mugugnare, tanto che alcuni dicevano che avesse addirittura perso l’uso della parola. I suoi ordini, messaggi, consigli, rimproveri e raccomandazioni pervenivano tutti tramite lettere fittamente scritte, piene di cancellature e correzioni, che si preoccupava di sigillare e far passare sotto l’uscio in modo che un servitore potesse venire a ritirarle senza disturbarlo.

Al contrario, il Re Enrico era fin troppo conosciuto dai suoi sudditi. Dopo un po’ quel suo titolo che ostentava divenne totalmente privo di senso per gli abitanti della valle: “In fondo” Si chiedevano vedendolo barcollare per le strade “Che cos’è un re senza il suo palazzo, le sue ricche vesti, il suo cavallo e la sua corona? Questo si dice re, ma non è più re di ognuno di noi”.

Col passare del tempo, divenne lo zimbello della valle: sempre ubriaco, convinto che bastasse svelare la sua identità per far cadere tutti ai suoi piedi, questi si impegnava a comprarsi e a mantenersi gli amici i quali, una volta impossessatisi dell’ultima moneta che il re possedeva, si dileguavano tastandosi le tasche pesanti di oro e titoli.

Il Re Enrico spese talmente tanti soldi che il Re Federico fu costretto a tagliargli la pensione e ad espellerlo dal palazzo, così che ora gli rimaneva veramente solo un titolo a cui non interessava più niente a nessuno.

A questo bisognava aggiungere il problema degli eredi: se da una parte il Re Federico era troppo assorto nello studio per procurarsi un qualsiasi erede, dall’altra il Re Enrico era troppo occupato nella valle per procurarsene almeno uno legittimo, così che nelle locande e nei caffè si cominciò a dire che nella valle c’erano almeno un migliaio di duchi, ma nessun principe.

Il loro regno durò per circa quarant’anni, e non si può dire che non fu un periodo pacifico e ricco: ormai delle sanguinose guerre nella valle era rimasto solo un vago ricordo e solo alcuni vecchi, seduti intorno ai tavolini, ne parlavano ricordandone le atrocità a chi lo chiedeva e a chi non.

La pace e il costante benessere fecero sì che la popolazione non si domandasse da dove questi venissero. Avevano alla lontana sentito parlare di un Re, ma nessuno l’aveva mai visto.

“A quanto dicono” Diceva uno “Il Re è uno che sta sempre a studiare, a capire, ad analizzare perché nulla vada storto”

“Ma intendi quel vecchio ubriacone che va a chiedere soldi per bere in giro?” Chiedeva un altro.

“No, no, quello è uno così. Non si sa nemmeno da dove venga, ma a quanto pare racconta un sacco di storie. Dice di essere il Re, ma ti pare che un Re se ne vada in giro così, a chiedere soldi agli altri? Però su a palazzo ce n’è uno, a quanto dicono, che non fa altro che lavorare: sta tutto il giorno in uno studio, nessuno l’ha mai visto. Ti dico, secondo me non esiste nemmeno, ma finché si sta bene io non ho nulla di cui lamentarmi”.

E non erano in pochi a pensare che Re Federico nemmeno esistesse: sembra che all’interno dello stesso palazzo alcuni servitori credessero che quel misterioso studio fosse in realtà vuoto, tanto che al mattino, quando andavano a riprendere il piatto fatto passare sotto l’uscio, questo era ancora intatto davanti alla porta, come se nessuno l’avesse toccato.

Dalla fessura, però, continuavano ad uscire le lettere, decine e decine al giorno, così che il regno continuava ad essere governato e nessuno se ne preoccupava più di tanto.

Al quarantatreesimo anno di regno, però, le lettere cominciarono a farsi più rare, sconclusionate e difficili da leggere. La grafia, una volta così elegante e mai fraintendibile, cominciava ad essere esitante e disordinata. Negli ultimi giorni, le righe non procedevano dritte, ma si curvavano verso il basso, e spesso non erano nemmeno finite, come se chi le stava scrivendo si fosse improvvisamente stufato di scrivere.

Dopo un paio di giorni che non usciva più nessuna lettera, si decise di aprire la porta.

A quella notizia, tutti i servitori corsero spintonandosi verso lo studio, allungando i colli come delle oche per riuscire a vedere meglio.

Quando lo aprirono, scorsero, nella penombra della stanza, un uomo curvo sulla scrivania, con ancora la penna in mano. Dalla nuca e dal volto scendevano dei lunghissimi capelli e una lunghissima barba bianchi, che il Re aveva di volta in volta arrotolato sul pavimento, tanto che non c’era più posto per mettere i piedi, ma solo un foltissimo tappeto bianco candido. In un angolo, una pila di resti di candele arrivava fino al soffitto, mentre sul letto, sul comodino, culla cassapanca e sul resto della scrivania erano stipati centinaia e centinaia di libri aperti, chiusi, sottolineati e scritti.

Quando la corte diede l’annuncio dei funerali reali, nessuno si presentò per la cerimonia: in tanti non credevano nemmeno che fosse mai esistito e quando avevano sentito la notizia avevano continuato a bere come se nulla fosse.

Al momento di decidere l’erede, solo qualcuno fece di sfuggita menzione al secondo Re, che sicuramente doveva trovarsi da qualche parte, ma venne liquidato velocemente con un gesto della mano.

Per giorni e giorni al palazzo si presentarono persone che affermavano di essere figli del secondo Re. I sudditi li contavano vedendoli passare per i corridoi, chi in uniforme, chi in abito da lavoro, chi praticamente non vestito, chi a cavallo e chi con tutto il suo seguito di servitori. Ognuno di questi venne fatto entrare nella sala del trono e gli fu fatto raccontare della sua nascita. Dopo migliaia di storie, non riuscendo a scegliere a chi spettasse veramente il regno, qualcuno fece menzione delle due mogli che ancora si aggiravano per i corridoi del palazzo. Si stabilì che sarebbe diventato re chiunque fosse riuscito a dire il nome esatto del proprio predecessore, non importa se sapendolo o tirandolo a sorte.

Le due spose si sedettero sui due troni, consegnarono i propri bastoni ai servitori e, mani in grembo, rimasero ad ascoltare: per ore, giorni e settimane furono interrogate su certi Marco, Claudio e Filippo, ma nessuno riuscì a pronunciare il nome giusto.

Si dice, in realtà, che nemmeno le mogli lo ricordassero più e che, ormai prese dall’abitudine di dire no e non volendo alzarsi da quei troni, così sorprendentemente comodi, si limitassero a scuotere la testa davanti ad ogni pretendente, a volte ancor prima che questi parlassero.

La valle non trovò mai un erede. Quando anche le due mogli morirono si perse ogni speranza di far continuare la discendenza in modo legittimo, così i due sovrani vennero scelti in seguito ad un torneo che durò mesi e che coinvolse tutti gli abitanti della valle, uomini, donne, vecchi e bambini, senza distinzione di età e di ricchezza.

Quando si giunse al termine, sui due troni sedevano da una parte un bambino di appena sei anni, dall’altra una vecchia che doveva superare tranquillamente il centinaio. Questi due, presi dalla vanità, come migliaia di sovrani prima di loro, non contenti di aver ottenuto un regno che in ogni caso non sarebbe loro spettato e volendo ancora di più, non esitarono a mandare i propri eserciti in guerra così che, come alcuni decenni prima, la valle si trovò nuovamente in una condizione di estrema povertà, ormai ridotta ad un deserto.

Scegliete voi dunque, Vostra Altezza, quale sia meglio: se la vita sfrenata e irresponsabile di Re Enrico, morto conosciuto e disprezzato da tutti, o la vita assennata e responsabile di Re Federico, che dedicò ogni secondo della propria giornata al benessere dei propri sudditi e morì sconosciuto e ammirato da nessuno.

 

III.

I cuochi del palazzo di Salmanassar sapevano che ci volevano esattamente tre giorni, tredici ore, trentatré minuti e tre secondi per preparare il thè del re: la combinazione delle specifiche erbe, il loro tempo di infusione e di macerazione richiedeva esattamente quel tempo specifico, tant’è che, le rare volte che capitava che il thè fosse pronto in tre giorni, tredici ore, trentatré minuti e due secondi, questo veniva subito scartato.

Il personale della cucina era talmente assorto nel preparare la bevanda, giorno e notte, che non aveva tempo per fare altro, così che il re Salmanassar si nutriva solo di thè da esattamente cinquantaquattro anni, sette mesi, ventinove giorni, sei ore, venticinque minuti e due, ora tre secondi.

Il segretario personale del re, ogni mattina all’alba e ogni sera al tramonto, era incaricato di portare la tazza fumante a Salmanassar e ritirare le due vuote dal giorno prima.

Da un po’ di mesi, però, ogni volta che il segretario entrava nella camera, trovava le due tazze ancora piene e fredde, non mosse di un millimetro dal punto in cui le aveva lasciate il giorno prima.

Il re Salmanassar, che dalla sua terrazza continuava a guardare con gli occhi socchiusi il porto, non poteva sapere che tutto intorno a lui, dalle più alte torri alle più profonde cantine, tutto il personale cercava di risolvere il mistero delle tazze ancora piene: erano stati chiamati i migliori erboristi e i migliori infusologi di tutto il regno, tutti radunati intorno alle tazze che ogni sera venivano riportate fredde in cucina.

Passarono altri mesi e, dopo attente ricerche tutti convennero che il problema non era il thè, poiché esso ci metteva esattamente tre giorni, tredici ore, trentatré minuti e tre secondi ad essere preparato, com’era giusto che fosse.

Il problema, a quel punto, doveva essere il re Salmanassar.

Venne formato un comitato e, dopo mesi di discussioni, litigi, votazioni e intense trame politiche, si trovò l’uomo che doveva entrare nella camera del re Salmanassar a chiedergli cosa ci fosse che non andasse.

L’uomo scelto, un eroe di guerra che era riuscito a sconfiggere un intero esercito armato solo di un bastone e che, unico e solo, era riuscito a stanare, ormai vent’anni addietro, la creatura che dormiva sotto le campagne e che rovinava i raccolti ogni anno, si avvicinò titubante alla porta e, dopo aver bussato due volte, abbassò la maniglia ed entrò.

In fondo alla stanza, sulla terrazza, il re Salmanassar stava immobile a osservare davanti a lui, per niente turbato da quel timido bussare, per niente curante del fatto che nella sua camera fosse entrato un uomo che non avrebbe dovuto essere lì.

L’uomo si diresse verso la terrazza e si mise vicino al re, che ancora guardava davanti a lui il labirinto di case buie e il porto vuoto. Stette lì per delle ore, in piedi e in silenzio, aspettando che il re Salmanassar gli rivolgesse la parola, o che per lo meno lo degnasse di uno sguardo.

Quando si rese conto che non sarebbe accaduto nulla di tutto ciò, l’eroe di guerra si decise, deglutì la saliva e, a bassa voce, chiese: “Vostra Altezza, c’è qualcosa che vi turba? È da giorni che non bevete il vostro thè”.

In quel momento il re Salmanassar ebbe uno scossone, come se non si fosse accorto della presenza dell’uomo fino a quel momento. Lo guardò da sotto le folte sopracciglia, che di certo impedivano all’uomo di capire quanto effettivamente il suo re fosse sorpreso dalla sua presenza, e, lentamente, rispose: “Voglio ascoltare una storia”.

Erano mesi, infatti, che Salmanassar non riceveva un forestiero per farsi raccontare del suo regno, ma questo non era mai stato un problema, poiché c’erano stati momenti in cui ci aveva messo molto più tempo, anni addirittura, per scegliere qualcuno.

L’uomo, rinfrancato dal tono benevolo del suo re, preoccupato e incuriosito allo stesso tempo, continuò: “Vostra Altezza, che storia vorreste ascoltare? Volete sentire la storia di re Guglielmo, che da solo procreò un’intera stirpe di regnanti?”

“No”

“Allora la storia di Akhenaton, che con le sue lacrime innaffiò il suo intero regno negli anni di siccità?”

“No”

L’eroe di guerra si fermò un attimo, pensieroso, poi chiese: “Allora, Vostra Altezza, che storia volete ascoltare?”

“La mia”

Letizia Rigotto nasce nel 1999 a Udine. Studia Lettere Moderne all'Università Ca' Foscari di Venezia. Dal 2018 è, insieme a 5 suoi coetanei, fondatrice e redattrice della rivista La Seppia, su cui ha pubblicato la rubrica De Lira, La città molteplice e La dama stanca. Ha pubblicato anche su Voce del Verbo, Catartica edizioni, SteetBook Magazine.

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