Il culo portante

di Gianluca Bindi

«Oddio no, ancora…»
Bloccò la chiamata e rimise il cellulare in tasca. L’estate era smorzata dall’aria di montagna, che gli rinfrescava il nervoso accumulato negli ultimi tempi. Una camminata solitaria: tutto quello di cui aveva bisogno. Ma evidentemente per qualcuno era un problema.
«Se pensa che le risponderò si sbaglia di grosso» digrignò fra i denti.
Non ce la faceva più. Quella mattina era partito presto. Forse “fuggito” era il termine esatto, l’unico che poteva comprendere il susseguirsi di atti come l’alzarsi dal divano, il preparare la roba in fretta e in silenzio, e l’abbandono furtivo della sua proprietà in macchina. Mentre guidava si chiese se fuggire da casa propria fosse l’apice del ridicolo. Ma si rispose con un’altra domanda: “Quale uomo con un briciolo di virilità rimasta si fa segregare a dormire sul divano?”
Il telefono vibrò di nuovo. Lesse il messaggio senza aprirlo: ‹Dove sei?›
La rabbia salì di un gradino ulteriore. 
«Perché deve scassare il cazzo se per una decina d’ore non sa dove sono? Non sono mica ai domiciliari» e poi bestemmiò agitando le braccia. 
Il suo stato interiore cozzava con l’atmosfera serena data dall’assenza di qualsiasi essere umano. Anche se, paradossalmente, si sentiva infastidito da una persona distante decine e decine di chilometri: sua moglie. Che poi non aveva mica chiesto la luna. Aveva soltanto bisogno di sparire per un giorno. Da quando era nato il pargoletto si sentiva come se avesse un cappio al collo in attesa di essere scorso. Sì, se la stava prendendo con un neonato anche se, più che tale, sembrava un esemplare di mastino da quanto cagava e sbavava. Così in basso era caduta la sua vita. Forse per il fatto che stava ripensando a quanto fosse stata azzardata la scelta di tenerlo, visto che conosceva Sofia da neanche due anni. O forse perché – cristodiddio –  non si aspettava che non avrebbe più scopato neanche per sbaglio, o che quella sveglia umana gli sventrasse i timpani a ogni cazzo di ora della notte, o che la visita di sua suocera si fosse magicamente trasformata in una convivenza non richiesta e a quanto pare duratura, senza ovviamente che nessuno glielo avesse minimamente chiesto, o ritornando alla questione dello scopare, erano sei mesi che lei manco lo toccava più e lui aveva sempre più la sensazione di non ricordare nemmeno più come fosse fatta una vagina, e allora a questo punto che senso aveva coronare l’amore fra due persone con un figlio, se poi il figlio lo distruggeva, l’amore. E se fosse questo il suo senso biologico? Se veramente il maschio fosse un mero mezzo spruzzatore per la continuazione della specie?
«Oddio è terribile! Ci hanno mentito, l’amore non esiste, i legami affettivi sono solo il trucco per la prosecuzione di questa farsa che è la vita del genere umano!» urlò al niente, ormai delirante.
Che poi, sebbene avesse appurato finalmente il suo destino ultimo, era fottuto lo stesso, visto che ora sembrava non ci fosse più un cazzo di angolo della casa dove potesse almeno masturbarsi in santa pace. Non poteva continuare a menarselo due minuti sotto la doccia mentre Sofia gli parlava dei pannolini da comprare, a una sottile tendina di distanza da lui che cercava di camuffare la voce quando veniva tristemente nello scarico.
«No no, basta non posso andare avanti così… e porca troia non ci credo mi sta chiamando di nuovo!»
Si trovò improvvisamente con ogni vaso sanguigno del cervello ostruito. Strinse quell’oggetto insulso nella sua mano destra con tutta la frustrazione sessuale che aveva, come se fosse il suo povero pene in astinenza. Lo eiaculò letteralmente al di fuori del suo campo d’azione, vedendolo atterrare a valle, in picchiata verso delle rocce che lo avrebbero distrutto una volta per tutte. Esplose in un urlo terrificante, che fece tremare di echi la valle.

Per alcuni attimi sentì solo l’ansimare del suo respiro. Riacquistò la vista in modo graduale, a mano a mano che la rabbia evaporava. Il sole era seminascosto dalla vegetazione appenninica. Un odore di selvatico gli sfiorò il respiro, dandogli fastidio. Quando ritornò ad avere coscienza esterna del suo corpo fu quantomeno disorientato. Si ritrovò in mezzo a un gregge. Provò a divincolarsi ma come risposta ricevette soltanto belati molesti. Cercò di uscire da quella situazione guardandosi in giro e alla fine, voltandosi, trovò un pastore. Completamente spaesato provò a chiedere indicazioni:
«Mi scusi, per il Libro Aperto?»
L’uomo gli passò accanto, superandolo con una gran risata. Non lo degnò neppure di uno sguardo. Poi cominciò a intonare canti, con i belati di sottofondo. Dopodiché quel circo sparì dietro una curva del sentiero.
Si sentì perso. Risalì il percorso, cercando di visualizzare il bivio incriminato, quello che lo aveva portato sulla strada sbagliata. Il tarlo della rabbia gli scavava il cervello a ogni metro. Una rabbia di cui sapeva l’origine, e che non aveva nulla a che fare con l’aver buttato via ottocento euro di telefono o con l’essere stato deriso da un pastore probabilmente ovinofilo. Il bosco di faggi lo avvolse di nuovo nel suo abbraccio oscuro, in maniera spettrale e minacciosa. La terra del sentiero era mista a foglie, con delle rocce che lo deformavano di curve. Gli sembrò di essere in un labirinto senza uscita, in balia dei tronchi e di un sottile strato d’ira ansiogena che, come il terriccio, aveva fertilizzato i suoi pensieri. A ogni passo vedeva lo specchio di sé nella vita, mendicante di decisioni imposte da altri, avendo smarrito il quadro generale ormai da troppo tempo. Si corrucciò. Si abbandonò alla spirale purificatrice dell’odio, che lo trascinava sempre più giù, in attesa di qualcosa o qualcuno su cui sfogarsi.
A un tratto sentì un rumore ritmico come di passi, poco più in alto sulla destra. Si avvicinò alla fiancata e si arrampicò sulla salitina, che scoprì alla fine dare su un sentiero più grande e più arioso. Si tirò fuori a fatica dai cespugli. Poi lo vide. Un culo. Forse il culo. Apparteneva a una ragazzina, lontana dall’essere donna e, soprattutto, a quanto vedeva, anche dall’essere maggiorenne. Aveva i capelli castani legati da una crocchia, la maglia nera e i pantaloni attillati. Camminava, da sola. Ed ecco che le sue gambe si attivarono in un moto di desiderio: lo sfogo dei blocchi e dei coiti negati che andava cercando. Non sapeva dove lei stesse andando, ma da lì in poi decise che avrebbe seguito, cascasse il mondo, il suo culo. Ogni passo che vedeva fare a quei glutei lo facevano entrare in un mondo di perversione dove succedeva di tutto. Godeva nella rotondità che si bilanciava alternativamente a destra e sinistra come una pompa karmica, che dà e toglie a seconda dei casi e dei tempi, ma che alla fine della fiera presenta sempre il conto pari. Sarebbe andato in galera, e allora? Si sarebbe accaparrato il possesso del secolo, avrebbe rovinato la vita di una ragazzina e poi si sarebbe ritirato in cella, senza più nessun essere femminile che gli rompesse i coglioni. C’era una guerra in lui: repressione e desiderio cavalcavano congiunte, sbattendo sui muri sgretolati dei suoi freni inibitori. Ansimava, ancora più corrucciato. Sì, era sicuro, quel culo lo avrebbe salvato. Lei però sembrava inconsapevole della bomba a eccitazione che si trovava dietro, del capolavoro di rotondità che si portava appresso. Tale ignoranza delle proprie armi di seduzione si aggiungeva ai rimasugli di spensieratezza infantile che la rendevano completamente ignara, spoglia di qualsiasi vanità, di qualsiasi ego. Lui la dorava come custode e adorava il suo ricurvo scrigno, oggetto di contemplazione. Si rese conto che aveva sempre avuto bisogno di un culo del genere, che settasse la barra più in alto, affinché venissero ridisegnati gli standard dell’umana stirpe. La volta delle volte, la rotondità giottesca installata sulla Lolita del nuovo millennio. Nessuno lo avrebbe distratto dal suo anelare incessante verso un ideale di perfezione che fino ad allora aveva pensato irraggiungibile; e che adesso ritrovava lì, a pochi metri.
Accelerò il passo. Pensò a come in futuro sia lui che il culo si sarebbero incartapecoriti, usurati dallo scorrere del tempo. Ma era sicuro che avrebbe conservato quei ricordi nel loro immutabile platonismo. Sentì l’atmosfera più rarefatta, stavano salendo di quota. Gli alberi stavano scemando, lasciando spazio a un verde eden fatto di pietre ed erba. Il vento gli entrava nelle orecchie, l’azzurro del cielo terso gli apriva la vista. La figura tonda gli parlava, emanando parabole di morbidezza. Il destino tra poco si sarebbe compiuto.
A un tratto lei si girò. Distese il braccio in aria in segno di saluto, come da secoli si fa per ogni pellegrino della montagna. Lui incrociò il suo sguardo, ma non riuscì a reggerlo. Era più innocente di quanto se lo fosse immaginato, e non se lo aspettava. Si fermò, lasciandola proseguire. Si sentì colpevole, senza possibilità di ricorso. Pensò che gli avesse letto negli occhi la volontà di farle del male, di violarla. Si vergognò come un ladro. Si sentì un omuncolo non degno di quel culo oracolare. La verità è immanente, non si può possedere. E lui era stato così inferiore al messaggio, che era finito a sporcare quell’immagine divina. Chiedeva perdono, chiedeva aiuto. Non a strane divinità o a libri magici. Ma a quel riassunto eloquente di bellezza fisica e spirituale: il culo perfetto. Voleva ritrovare la via perché era da troppo tempo che non sapeva dove stesse andando. Stava solo aspettando un segnale.
“Ma forse” pensò “il culo è il segnale”.
Si accorse che mancavano solo una manciata di salite. Vide la ragazzina che dalla cima gli faceva segno di non mollare. Lui ricominciò martellare il passo, questa volta con la mente libera da ossessioni malvagie. L’ultimo strappo fu il più difficile, ma riuscì a moderare il respiro e a farsi leggero. Arrivò a destinazione con un meraviglioso sorriso ad accoglierlo.
«Signore ce l’ha fatta, non ha mollato!» disse la ragazzina.
Era lì, in cima al Libro Aperto, con tutto il panorama dell’Appennino davanti. Si inginocchiò, completamente disarmato. Con le lacrime che gli scorrevano copiose, riuscì a dire solo: «Mi dispiace, non sono una persona cattiva».
Il sorriso di lei si ritirò un attimo, virando su un’espressione interrogativa. Poi, indecisa sul da farsi, si avvicinò a lui e lo abbracciò. Un istinto primordiale di protezione fluì nel sangue di lui, assieme alle endorfine di quel contatto umano. Adesso sapeva cosa doveva fare.
Le chiese il telefono e chiamò Sofia. Le spiegò la situazione, del perché era scappato. Le disse che gli mancavano i suoi abbracci, il suo amore e le scopate senza pensieri, con gli occhi che si nutrivano delle espressioni di reciproco godimento. Le disse che aveva paura di essere considerato nient’altro che uno spruzzatore. Riscoppiò a piangere, e così fece Sofia dall’altra parte della chiamata.
Restituì il telefono a Beatrice. Lei non capiva bene cosa fosse successo, ma si sentì restituita dell’abbraccio precedente, senza tante spiegazioni. Augusto poi la baciò in fronte.
«Senza di te mi sarei perso definitivamente».
«Signore io non ho fatto niente, forse è stata solo fortuna».
«Fortuna non lo so, ma culo sicuramente sì» concluse lo strano figuro, lasciandola ancora una volta interdetta.

La salutò e riprese a camminare a ritroso. Adesso sapeva esattamente dove andare: da sua moglie e suo figlio. E non vedeva l’ora.

Classe 1990, Gianluca Bindi cresce a pochi metri da un’uscita autostradale dell’A11, in Valdinievole. Dopo varie peripezie a 23 anni si ritrova in Australia e pensa che sia un ottimo investimento per il suo futuro iniziare a scrivere. Nel 2015, a Firenze, partecipa alla fondazione di StreetBook Magazine di cui diventa editor e collaboratore. Si laurea con calma in Filosofia a Pisa nel 2017. Ogni tanto scrive di/su/con musiche per Do You Realize? e Ambulance Songs. Dal 2019 inizia un percorso da autodidatta sulla Resistenza della provincia di Pistoia, pubblicando articoli di divulgazione storica e (se ce la fa a finirlo di scrivere) un romanzo storico. Nel 2020 esce il suo primo libro Waltzing Matilda, edito da Three Faces Publish.

Questo racconto è parte della collaborazione tra la rivista La Seppia e StreetBook Magazine. Per leggere il racconto de La Seppia pubblicato su StreetBook Magazine clicca qui.

StreetBook Magazine nasce ufficialmente nel 2016, ma numeri clandestini si aggiravano per Firenze già dal 2015. Da sempre vuole rappresentare una sorta di città immaginaria, i cui quartieri, strade e scorci sono composti dai racconti, dalle illustrazioni e dai vari contenuti al suo interno. Oltre alla raffigurazione della schizofrenia del tessuto urbano contemporaneo, la sua finalità principale è impedire l’estinzione del lettore tramite la commistione di varie discipline artistiche con la narrativa. Si considera sia antidoto che contrapposizione a Facebook, promuovendo la riappropriazione degli spazi sociali e del confronto diretto con la realtà: una forma di socialità reale, vissuta al di fuori del contesto web. Crede che la sopravvivenza di valori umani positivi passi da quattro elementi: lettura, pensiero, vita attiva e, se serve, lotta.

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