Donami un rene

di Nicola Leoni

Era un pomeriggio indolente, così decisi di andare al bar, a buttare via un altro pezzo di vita.
Mi presentai col fidato Trotto&Turf e mi sistemai al bancone.
Rimasi a fissare Dora che asciugava i bicchieri. Nessuno asciuga i bicchieri come Dora.
«Che ti succede amore, ti sei incantato?» commentò Gaetano, noto sodomita, habitué del locale.
«Ho visto qualcosa che mi piace» risposi laconico.
«Non è troppo giovane per te?» insinuò.
«Cos’hai capito, alludevo alla bottiglia di vermut» bluffai.
«Che ti do, Bandini?» mi chiese Dora, abbozzando un sorriso indulgente.
«Un Punt e Mes, grazie.»
«Posso farti un pompino?» riattaccò il pervertito.
«Magari più tardi» risposi, vago.
«Se preferisci possiamo fare una cosa a tre…» azzardò, strizzando l’occhio alla barista.
«Faccio fatica a fare una cosa a due» tagliai corto.
Gaetano si rassegnò ed io potei dedicarmi alle corse serali. Di tanto in tanto sbirciavo di là del bancone, nella speranza che a Dora scivolasse un bicchiere. Era il mio sogno erotico: lei che incrociava il mio sguardo e, vittima del mio magnetismo, inciampava facendo cadere un bicchiere. Anzi, un vassoio pieno di bicchieri. Birra e vetri dappertutto.
Come dire: “Quando ti guardo, Bandini, non capisco più nulla, vado in fibrillazione, perdo il controllo, la coordinazione motoria.”
Invece niente. Mai un’esitazione, un tentennamento. Imperturbabile.
Dov’è finito il tuo fascino, Bandini? Mah.
Accantonai le fantasie e tornai alle mie corse. Sesta di Albenga: dodici partenti, categoria G a reclamare su tre nastri. Un vero rebus.
Ero nel pieno di contorti ragionamenti, quando una fastidiosa melodia turbò la mia concentrazione.
Mi staccai dal giornale e notai un tizio malnutrito che fischiettava un motivetto irritante.
Se c’è una cosa che mi indispone è un balordo esibizionista che si mette a fischiettare mentre penso agli affari miei. Provai a incenerirlo. Ma lui se ne fregò.
Sarà stata quella brezza di fine estate, sarà stato Saturno in trigono, fatto sta che non c’erano le condizioni giuste per una rissa. Quindi lasciai perdere.
Dov’ero rimasto? Ah, sì…alla sesta di Albenga: handicap sulla distanza dei 2060 metri, con partenza da fermo. Inestricabile.
Provai a soppesare le ultime prestazioni, valutai il terreno, considerai i fantini, ma niente, la nenia di sottofondo non mi dava tregua, mi entrava nelle meningi. Così decisi di intraprendere la strada del dialogo.
In una serata più umida e malmostosa avrei potuto dirgli qualcosa del tipo : «Sciroccato di merda vuoi chiudere quella fogna!»
Ma c’era la brezza. Sbarazzina. Anche se un po’ malandrina.
Per cui optai per un più accomodante: 
«Senti, Hans Beckert, potresti smetterla di zufolare che sto cercando di concentrarmi?»
Lo squinternato restò interdetto per qualche secondo, poi si riprese e disse:
«Scusa, potrei smettere di fare cosa?»
«Di fischiettare, possibilmente.»
«E per quale motivo, se posso chiedere?»
«Sto provando a decifrare una corsa.» 
«Quindi, se ho ben capito, io dovrei ammutolirmi per dar modo a un babbeo rabdomante di risolvere una corsa di cavalli…»
«È una corsa parecchio ingarbugliata» puntualizzai.
«Capisco. E come credi di persuadermi?» chiese, poco conciliante.
«Sono un ottimo negoziatore» risposi, asciutto.
«Ma pensa…io invece per niente» disse, ostile.
«Certe qualità o ce le hai o non ce le hai…» commentai.
«Naturale,” fece lui “in compenso io ho qualcosa che tu non hai…»
«Due grammi di eroina?» azzardai.
«No, questo!» ed estrasse un serramanico.
Ci mancava solo la scena da vecchio polar francese.
«Sei arrivato tardi amico,» lo dileggiai «i marsigliesi se ne sono andati da un pezzo…»
«Ora ti faccio passare la voglia di fare lo spiritoso, brutto pagliaccio tragicomico!» e mi venne incontro bellicoso.
Sulle prime non mi scomposi. Che pessimo attore, pensai.
Più si avvicinava, però, più sembrava a suo agio nella parte del villain.
Metodo Stanislavskij, pensai.
Ma proprio mentre cominciava a salirmi un filo di preoccupazione, mi corse in aiuto Gaetano che, alla vista del coltello, cacciò un urlo stridulo: «Aaaaaah!»
«Che cazzo urli, invertito!» fece il gangster da strapazzo, agitandogli la lama sotto il naso. Approfittai della sua distrazione per prenderlo alle spalle e assestargli un colpo di karate. 
Il derelitto cadde braccia a croce, dopodiché ci fu una specie di lotta greco-romana di gruppo che si protrasse per qualche minuto.
Mezzora dopo tutto era tornato alla normalità, il facinoroso fu accompagnato fuori e io ripresi posto al banco. Non ci sono più le risse di una volta, pensai.
Me ne stavo seduto sul mio sgabello a favoleggiare sui titoli del giorno seguente:
Bandini sgomina una banda di malviventi – Bandini stana un traffico di droga – Bandini evita una carneficina – quando fui svegliato da una voce efebica:
«Amore, ma tu sei ferito!»
Mi diedi una controllata e vidi del sangue, poi tirai su la camicia scoprendo il fianco lacerato.
Da dietro il bancone Dora vide la branchia spurgante e fece cadere una pinta di birra sul pavimento.
Lo dicevo che prima o poi saresti capitolata, piccola…
Ma che ci fai alle donne, Bandini…?
Per non parlare degli uomini!
Gaetano, vicino allo svenimento, compose il 113: «Presto, il mio amico sta morendo dissanguato!»
«Cosa vai farneticando, è solo un taglietto» minimizzai.
«Ma quale taglietto, come minimo ti dovranno asportare un rene!»
Senza rendermene conto mi ritrovai ad assecondare i suoi deliri.
«E poi come faccio senza un rene?»
«Non preoccuparti amore, vedrai che troveranno un donatore.»
«Un donatore? Non penserai mica che vada in giro col rene di uno sconosciuto…?»
«Tesoro, non vedo alternative, o preferisci un catetere venoso?»
«Perché non me lo doni tu un rene? Sei o non sei mio amico?»
«Ma amore, non posso…»
«E perché?»
«Perché serve a me, il rene…»
«Che egoista.»
Mentre mi aiutavano a salire sull’ambulanza, sentii di nuovo la brezza. E pensai che, a me, tutto sommato, di perdere un rene non m’importava nulla. Quello che davvero mi rodeva, era perdere la sesta corsa di Albenga.

Nicola Leoni nasce parecchi anni fa nei dintorni di Verona, dove tuttora risiede. Laureatosi in psicologia, prende subito atto di essere più psicolabile che psicologo e si ricicla come custode notturno. Scollegato dal mondo, dedica le giornate al cinema e ai libri, campi in cui vanta gusti totalmente anacronistici. Di notte, complice l’insonnia, scrive balzane storie, sotto sotto confidando che qualche squinternato legga i suoi racconti.

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