Motel di Cartone

di Angelo Fragnito

Succedeva sempre così in quei posti fatiscenti, dove le parole si mischiano con quelle degli appartamenti di fianco. Me le ricordo ancora quelle parole, dette per sbaglio nelle notti fredde tra le mura di un motel. Parole parole parole, una in fila all’altra, marciano come delle puttane sulla statale, vestite d’estate con la neve negli slip, vecchie sequoie che staccano le radici dal terreno al primo tir che riesce a imboccare le stradine di campagna, sgualcite e ferite si scaldano vicino un barile di ferro a fiamma alta, e i barboni dall’occhio buono che le osservano distanti ai margini della periferia, in case di cartone bagnato e sogni di loft in oro massiccio, si smanettano per tenersi caldi, uno ogni tanto grida «Ehi, vuoi i miei ultimi risparmi?» e fa saltare delle monetine nella mano. Le puttane gli indicano il numero di monetine, di solito una, segnalata dritta con il medio della mano, o due a seconda della giornata, con indice e mignolo, ma poi non si avvicinano mai, si girano e continuano a piantar radici. La vita del barbone gli si brucia a ogni tremendo battito della mano destra, sudicia e callosa, che provoca rumori e ribrezzo al basso ventre di una povera vecchia, che abita al pian di sopra.

La povera vecchia non esce più dalla casa neanche per buttar la monnezza, la tiene là, per paura dei barboni. Ci vive da dieci anni con la monnezza in casa, ma c’ha fatto l’abitudine, e ci dorme sopra. Ha in salotto un divano imbottito in comoda buccia di banana, le sedie foderate in plastica assorbente, tappeto di maionese e il pavimento in olive ascolane. I libri li legge sfogliandoli a fette con il coltello, e il cassetto delle calze sono vecchie scarpe usate; se a volte vuol guardare un po’ di televisione, apre il cartone sopra la credenza di gusci d’uovo, ci mette dentro del formaggio e aspetta che arrivino i topi, quando vuol cambiar canale ci versa dentro i barattoli di formiche. Non mangia, o mangia poco, prega tanto, e pregando si sfama, poiché un gatto arancione incaricato da Dio in persona le porta cibo e acqua tutti i giorni, o così pensa lei «Grazie buon Dio per il cibo che mi mandi» dice tutti i giorni lei. Il gatto arancione pensando di chiamarsi Dio risponde «Prego vecchiaccia» tipico dei gatti che si sentono appioppare nomi diversi tutti i giorni da tutti quelli che incontrano.

Il gatto arancione, dal canto suo, ha solamente trovato un tetto e delle coccole, così, per ringraziarla fa le fusa, e ruba il cibo a una mensa per poveri che sta all’angolo della casa della vecchia. Ogni sera il gatto arancione esce e aspetta che alla mensa il cuoco vada a fumare la sua pipa, entra e ruba un sacchetto, e ogni sera finisce così, che manca il pasto a un barbone. La vecchia ha la sua cena e ringrazia Dio e il gatto dice «Prego vecchiaccia». 

Quella sera, l’ultima sera, fu il turno del barbone sotto casa, il suo pasto caldo non arrivò mai, poiché il gatto arancione gli passò davanti con il sacchetto tra le fauci, e con quattro semplici balzi era già sul davanzale a portar la cena alla vecchia. La vecchia aveva timore del barbone, e mangiò a sazietà, e pregò il suo Dio prima di addormentarsi nel letto di chele di granchio e pomodori rancidi. Quella sera, il barbone morì di fame, lasciò il mondo rantolando «Ehi, vuoi i miei ultimi risparmi?» a qualche puttana sul ciglio della statale, quella fece segno con le dita, ma la vista del barbone sfocò e non seppe quanti, e dopo essersi masturbato guardando le puttane, una coltre di neve lo ricoprì dal berretto ai sandali. La vecchia non più prigioniera, tornò a scender le scale, buttò la monnezza e ripulì la casa. Trovò nella mano sinistra del barbone qualche moneta, la vita le scorreva via lieve tanto che era rinata, e cominciò a comprarsi da mangiare. 

Il gatto arancione che le era stato sempre così vicino, cominciò a stufarsi della sua assenza e non le portò più nulla da mangiare, la vecchia ormai in fervore, fu presa così dalla vita che si scordò di pregare, diventò povera e morì di fame.

Quelle parole dette per sbaglio nelle notti fredde tra le mura di un motel erano esattamente così: poco chiare, travolgenti e tossiche.

E quando ogni volta provai a chiederle «Ehi, vuoi una coperta che ti riscaldi?» a quella signorina vestita d’estate laggiù, lei, indicandomi il numero di monetine con le dita, mi guardava con ribrezzo e poi si girava a metter giù radici da sequoia, forse capiva male le mie parole, mischiate tra le canzoni stonate e i lamenti dei vicini di casa. Lo stomaco mi si stringeva e i succhi gastrici mi corrodevano il cuore, e allora passavo la mano destra sotto i miei stracci per massaggiare lo stomaco e metterlo a tacere, e nella sinistra facevo tintinnare i risparmi come ninna nanna per il mio vicino di casa, a cui tanto piaceva il dolce suono. E ora che me la spasso dentro una bara tutta chiusa e finalmente calda, ogni volta che una larva passa di qui e mi da un morso le chiedo gentilmente «Ehi, per favore, mi risparmi?» quella capisce male e mi fa «Mi hai preso per una puttana?» si incattivisce e me ne da un altro, io me la rido, ma ancora mi ricordo quelle parole dette per sbaglio nelle notti fredde tra le mura di un motel di cartone.

Angelo Fragnito nasce a Spinazzola in Puglia, un paesino racchiuso tra le carsiche terre murgiane, ha 29 anni e vive a Bologna da 3. Tra i tanti lavori disparati che ha fatto attualmente fa il bidello, quindi il suo lavoro gli da parecchio tempo per ciondolare tra i corridoi e leggere libri. Da ormai tanti anni cerca di concludere il suo primo romanzo, che accantona e rispolvera in vari periodi della sua vita nella speranza un giorno di pubblicarlo, nel frattempo scrive racconti brevi, così non rischia di perdere il filo del discorso.

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