Insidie all’entrata

di Sara Gobbo

Il 24 aprile 2018 Vittorio scappò in pigiama dalla sua casa in corso Govone 6. Fu trovato in stato di shock dieci ore dopo nel parco di Stupinigi. 
Per la settimana a venire non si parlò d’altro: il giovane Vittorio Stragione-Stracagnati, rampollo dell’industria di scarpe da barca a vela e figlio dell’omonimo fondatore dell’azienda era stato trovato in uno stato indicibile. Il ragazzo singhiozzava con il pigiama Louis Vuitton lacero e con una sola ciabatta di Krusty il Clown ai piedi. Farneticò per tutto il tragitto verso l’ospedale che lui in quella casa non voleva tornarci più.
La stampa gli perdonò lo stato di agitazione e il pigiama lacero, ma Krusty il Clown no. 
Non va bene se fai Stragione-Stracagnati di cognome. 
Vi racconterò di Vittorio, certo, ma prima è importante che sappiate che se la sua fuga fu così epica è solo per la serie di eventi avvenuti anni prima.
Tutto iniziò con Maddalena Cefadei nel 1979. La signora aveva settantatré anni quando, rimasta vedova, si trasferì in corso Govone 6. Passava le sue giornate ad ascoltare dischi di Bach e Rossini e a rimembrare il suo passato da soprano del Teatro Regio. 
I suoi acuti diventarono famosi nella zona pedonale della Crocetta. La signora intonava sei volte al giorno le arie che l’avevano resa celebre. Si poteva capire che ora fosse in base all’opera che stava interpretando.
Maddalena Cefadei era talmente assorbita dal canto da ignorare il primo cassetto del mobilino dell’entrata. Il piccolo mobile era stato portato dai traslocatori con il cassetto spalancato. Essi avevano provato a chiuderlo, ma quel cassetto vuoto sembrava bloccato, perciò lo posarono nel disimpegno tra il salone e le camere da letto e non ne parlarono con la signora Cefadei. 
Eppure lei non se ne rese conto. Ogni giorno passava più volte all’entrata, schivando il cassetto aperto con movimenti leggiadri e continuando a cantare.
Tutto questo fino al giorno in cui si cimentò con Giulietta cantando Je veux vivre. Con il ricordo di sé stessa quindicenne in mente, tirò fuori dall’armadio un polveroso abito piumato e un paio di décolleté. Cantò per tutta la casa con quei tacchi così alti e scomodi. La gente del quartiere si fermò ad ascoltare quella voce spensierata che usciva dalla finestra con un brano fuori dal repertorio.
Spinta da un impeto di gioventù ritrovata, Maddalena Cefadei, accompagnò un acuto con una piroetta. Il tacco destro si spezzò e lei cadde sul cassetto aperto del mobilino sbattendo la testa. Così si concluse la vita della celebre soprano.
L’appartamento rimase vuoto per qualche mese, poi, all’inizio del 1980, venne venduto ammobiliato a Tommaso e Lucia, una coppia di avvocati di mezza età. Erano due teneri sposini di cinquant’anni che avevano trovato l’amore sul posto di lavoro.
Lo stile barocco dell’appartamento di Maddalena Cefadei piacque così tanto che decisero di tenerlo così. I due vollero testare i mobili della casa e nei mesi a venire ci diedero veramente dentro. Sì, sì, avete capito bene… sul tavolo, sul lavandino e persino sulla ribaltina dello studio. Questo periodo di passione carnale fu interrotto proprio mentre stavano provando il mobilino dell’entrata e il ginocchio di Tommaso urtò il cassetto aperto. La bestemmia che tirò fu così lunga, colorita e toscana che Lucia lo spinse via, recuperò i suoi vestiti e non gli parlò per giorni interi.
L’episodio aprì una serie di dibattiti sulla religione che finirono spesso con porte sbattute e lunghi silenzi. Ogni loro litigio iniziava sempre nello stesso modo.
«L’hai lasciato di nuovo aperto!»
«Ti ho detto che è sempre stato così. È bloccato.» 
«Si, certo, guai ammettere qualcosa…Orgoglio ferito.»
«Ma fammi il piacere!»
Dopo alcuni mesi, Tommaso e Lucia fecero una tregua per risolvere la questione fondamentale. Una mattina misero le loro mani sul pomello del cassetto e provarono a chiuderlo insieme. Non si mosse di un millimetro. Cercarono di ruotare il mobile per vedere se fosse incastrato. Sollevare una cassettiera così piccola e leggera fu impossibile. I piedi del mobile sembravano incollati al pavimento. 
Resistettero ben sette anni in quella casa e adottarono la tecnica del silenzio. Interagivano tra di loro solo quando sentivano un tonfo all’entrata e la domanda era sempre: «Dove hai battuto stavolta?»
Quando Tommaso e Lucia divorziarono, vendettero l’appartamento seduta stante.
Lo comprò nel 1987 la famiglia Pastellon, composta da una coppia di ingegneri con due bambini e un gatto di nome Gatto. Beh, sapete che gli ingegneri non brillano certo per creatività. Gli ex inquilini si erano portati via tutti i mobili, tranne uno. 
Il signor Pastellon notò con orrore il cassetto aperto e si fiondò a chiuderlo per riportare l’ordine, ma si accorse che fosse impossibile. La famiglia passò intere settimane con gli scatoloni ancora da disfare. Seduti all’entrata, provarono a capire come smontare il cassetto. I Pastellon fecero calcoli e presero misure. Dovettero fermare i loro bambini che, con tenaglie e martelli in mano, aspettavano il segnale per spaccare il mobile. Ma ciò non avvenne. 
Negli anni successivi, la signora Pastellon, nonché docente del Politecnico, fece diventare il mobilino un caso di studio. I suoi studenti impazzirono per trovare una soluzione al mistero. 
Il marito decise che il mobile, nonostante tutto, potesse mantenere la sua funzionalità. Mise un cuscino nel cassetto e lo trasformò in una cuccia sospesa per Gatto, ma il felino non gradì, preferendo dormire sulle camicie stirate. 
Spesso lui e la moglie si ritrovavano la sera a riempire fogli interi di formule. Con le mani nei capelli, trascuravano per mesi i loro lavori, ossessionati da quel cassetto che andava contro ogni logica.
Nel 2005, dopo tante ginocchia sbattute, dopo i licenziamenti e dopo che i figli, ormai grandi, erano andati via di casa dando loro degli svitati, i Pastellon ricevettero un TSO. Un pomeriggio, infatti, si erano fiondati sul mobilino con un’ascia e, non riuscendo a distruggerlo, avevano spostato la loro ira su tutti gli altri mobili.
Dopo questi eventi, l’appartamento rimase vuoto per molti anni. Grazie alla signora Pastellon, il cassetto diventò celebre in ambito accademico, per poi apparire in un servizio al telegiornale e conquistare il grande pubblico.
A tutte le ore del giorno, i programmi di intrattenimento si riempirono di approfondimenti sul cassetto sempre aperto. L’amministratore delegato della ditta che aveva fabbricato il mobile divenne una celebrità – per quanto ignorasse la spiegazione di quel fatto misterioso – come Tommaso e Lucia, ospiti fissi di diversi programmi interessati sia al cassetto che alla loro travagliata storia d’amore.
Da quel momento, i figli dei Pastellon accolsero ogni giorno nella casa orde di gente disposta a pagare oro pur di farsi un selfie davanti al cassetto. Compresero poi che quel mobilino aveva raggiunto un discreto valore ed era giunto il momento di vendere la casa. 
Comprò l’appartamento Vittorio Stragione-Stracagnati senior per suo figlio nel 2018. Il ragazzo avrebbe iniziato a studiare amministrazione aziendale e lui e sua moglie avevano deciso che dovesse imparare a cavarsela da solo in una casa tutta per sé.
Nell’appartamento nuovo, arredato di tutto punto, Vittorio Stragione-Stracagnati junior passò intere ore con in mano i pezzi della caffettiera; gridò più volte il nome della domestica per farsi allacciare le scarpe e si fece venire un attacco di panico davanti al frigo vuoto e ai fornelli. Sua mamma lo salvò dal deperimento portandogli una teglia di lasagne cucinate dal loro cuoco. 
Devo ammettere che con lui non resistetti. La sera del 24 aprile 2018 lo osservai mettersi il pigiama – impiegò quaranta minuti ad abbottonarselo – poi si arrese e andò a dormire.
Il ragazzo non si era mai accorto di me; mai un tentativo di chiudermi o di sbattermi una gamba contro.  Per lui un cassetto sempre aperto non era meno misterioso di un forno o un pezzo della caffettiera. Così, quando iniziò a russare, per la prima volta, dopo tanti anni, feci rientrare il cassetto dentro alla cassettiera con un brusco rumore.
Vittorio Stragione-Stracagnati si svegliò e andò tremando all’entrata.
«Mamma, papà, siete voi? Siete venuti a lavarmi i piatti?»
Ce l’avevo davanti e non potevo resistere, mi spalancai di scatto ficcandogli il pomello in pancia. Il ragazzo si piegò in due. Poi, dopo quarant’anni, cambiai finalmente cassetto. Entrai nel secondo e lo spalancai. Mi spostai poi dentro la porta, aprendola e chiudendola con lugubri cigolii. Entrai nei bicchieri sporchi impilati nel lavandino e glieli lanciai contro.
Il ragazzo schivò gli oggetti e pallido in volto raggiunse la porta d’ingresso. Gliela aprii sul naso. Direi che come scherzo poteva bastare, perciò lo lasciai fuggire a gambe levate.
Insomma, non giudicatemi, noi siamo così per natura: dispettosi. Spesso ci infiliamo dentro alle porte per farle cigolare, ma alla lunga diventa monotono e poco divertente. A me piaceva quel mobile della signora Cefadei e, soprattutto, l’idea di tenere un cassetto sempre aperto per ammirare le reazioni degli inquilini. Mi sono divertito tantissimo in questi decenni tra morti, follie e imprecazioni varie. Ora chissà chi verrà a vivere qui? Arriveranno nuovi curiosi attirati dal caso mediatico?
Nell’attesa sono tornato nella mia postazione preferita. Anche se a voi sono invisibile, sono sempre qui, vi aspetto: primo cassetto. 

Sara Gobbo ha 24 anni ed è una studentessa di antropologia culturale. Vive a Torino e ama la fotografia e la recitazione. È un’autrice del blog dell’associazione fotografica Reflextribe e i suoi racconti sono già apparsi su Spore Rivista e Voce del Verbo.

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