Bobby

di Giuseppe Fiore

Bobby era mezzo andato. Non aveva problemi diagnosticati, credo. Ma quando perdeva la calma si notava che dentro la sua testa non era tutto nell’ordine giusto.
Con tutte quelle parolacce, una dietro l’altra. Ma si era scordato quello che gli avevamo detto il primo giorno? Alla mamma le parolacce non piacciono, ogni volta che ne sente una è una lama che le trafigge l’orecchio. Non è complicato, no? Riuscire a trattenere le parolacce per due pomeriggi? Non è un bisogno fisico, come andare a cagare. 
Mia madre si era risposata con suo padre. Per la mamma un po’ di tranquillità ci voleva. Iniziava ad essere strana, da quando era sola. Piena di paranoie e robe varie. Ansie e strani farmaci per dormire. Le avevamo comprato un telefono nuovo, io e mia sorella, e ci assillava con messaggi abbastanza fuori moda. Faccine con i puntini e abbreviazioni da far paura. Però almeno aveva conosciuto Marzio che, con un nome da vecchio scrittore latino, era un impiegato di banca, molto tranquillo. Poi c’era Bobby, il figlio, che tranquillo non era. Anzi, aveva 22 anni, due in più di me, ed era ingestibile. Sembrava aver preso la tranquillità di Marzio, averla assimilata negli anni, e poi fatta esplodere come una bomba. Creava problemi solo con la sua semplice presenza. Se in una situazione tranquilla ci buttavi a casaccio Bobby, ne usciva una rissa, la polizia, anche una pistola in alcuni casi. 
Però Marzio lo viziava da pazzi. In maniera incredibile. Lui, seduto ad un tavolo, con un succo davanti, diceva sempre che Bobby il suo unico figlio aveva lo stesso identico sguardo di sua moglie. Insomma, questi occhi facevano sciogliere il buon vecchio scrittore latino, che lasciava passare tutto. Buttava i soldi quando lui ne aveva bisogno e lo difendeva in casi di necessità. Bobby viveva la sua vita tranquilla dietro il muro di sicurezza che il padre gli plasmava intorno. Poi entrarono a far parte della nostra famiglia e le due diverse bolle collisero.
Prendemmo una casa al mare. In un posto abbastanza minuscolo, dove c’erano solo acqua e vecchi di ogni genere. Attivi, passivi, sordi, dementi e chiacchieroni.
Sembrava un posto creato e plasmato dalla linearità. Non poteva succedere nulla: t’accorgevi del tempo solo guardando l’acqua in movimento. Bobby però era un caos assoluto. Sembrava andasse girando con un fottuto tornado dietro le spalle. Un’immagine di fantozziana memoria, ma sempre funzionale. Dove c’era Bobby, c’era vento e confusione. Anche in un posto plasmato per essere tranquillo. Uno di quei luoghi che cerchi solo se hai avuto un anno difficile e vuoi passare cinque giorni senza dover pensare proprio ad un cazzo.
Andammo io, la mamma, Marzio e Bobby. Mia sorella riuscì a svignarsela e mi lasciò, maledetta stronza, con il caos. Ovvio che ci saremmo mossi sempre insieme, anche per lasciare tranquilli i due piccioncini.

Allora la prima sera usciamo. Bobby mi fa che vuole cercare da fumare. Fumi? Mi chiede. Io dico che succede a volte, ma non ho vizi. Allora si rolla un drum e mi fa che ci divertiremo. Ha un maledetto tatuaggio, una specie di animale con una data, gigante sul braccio. Io lo indico e gli dico che è un bel disegno. Lui lo guarda e fa che ha una storia complicata dietro. Ma non me la spiega.
Mi dice che, quando eravamo in macchina, aveva visto dei tizi abbastanza loschi a cui chiedere. Io non avevo visto nulla, ma lo seguo. Già ho paura, non mi sento a mio agio in situazioni troppo di confine. Poi con Bobby….
Non ho idea della strada che prendiamo, roba piena di aghi di pino, stretta e buia. Ma Bobby sembra essere abbastanza sicuro e non so come abbia fatto a trovare quella cazzo di via. Di certo non dalla macchina.
C’è un gruppo di schizzati. Con delle casse e musica che non conosco. Una roba tutta piena di parolacce. Piena di “fratè” e robe così, ma non malaccio. Allora Bobby, inizia a battere cinque e a presentarci. Poi fa se hanno da fumare e sparisce con un tizio. Io rimango con due ragazzi e una tipa carina. Con gli occhi blu.
Mi passa una rais e fumo. In silenzio. Quelli parlano del Milan, che, a quanto pare, dovrebbe fare un colpo di mercato grosso. Io chiedo alla tipa come si chiama. Miriam, ma la chiamano Mimi. Sembra da vecchio o da prete, le dico. Sorride. Intanto Bobby non torna. Quella mi chiede quanto rimaniamo lì. Cinque o sei giorni. Loro sono sempre o in quel parco o in spiaggia, se ci va possiamo andare. Mi piace Mimi. Ha degli occhi assurdi. Sembrano quelli del Re della notte nel Trono di spade. Mi viene da pensare all’Antartide. Certo che ci vado in spiaggia, sperando che Bobby non faccia casini. Torna sorridendo. Salutiamo e andiamo. 
Mi fa che secondo lui l’hanno fottuto. Andiamo a casa e prende un bilancino. Pesa la roba e sembra incazzato. Mi dice che non si farà fregare da quattro coglioni del cazzo. Io cerco di calmarlo e penso a Mimi, non credo ci siano possibilità per me. Bobby sarà attaccato alle mie gambe come un cane e, finissimo in spiaggia, quello ucciderebbe tutti, anche lei. E, ora che ci penso, sembra una mezza attrice. Solo che non riesco a ricordare il suo nome. Comunque faceva Stranger Things, non quella con i poteri. No. La gelataia. Figa no? Solo che in più ha gli occhi del Re della Notte.
Allora andiamo in una spiaggia vicina e ci stendiamo. Bobby è incazzato e parlotta di piani criminali. Mi fa paura. Chiude e fuma. Appena tira la prima boccata si silenzia. C’è un cielo assurdo e lui mi fa che noi uomini siamo dei cazzo di ciechi. Perchè? Ma guarda questo cielo quanto è bello. Allunga tutte le parole. Hai ragione, faccio io. Secondo te è possibile che sia stato fatto solo per noi? Siamo in delle cazzo di celle. Il mondo sarebbe la nostra cella? Esatto, ed è sadico il doppio. Chi? Chiunque abbia un minimo di controllo del gioco. Dici? Certo. Dio? Chi vuoi tu. Ci chiude in gabbia, ci lascia vedere il cielo che per noi è libertà. Eppure sappiamo di essere rinchiusi. Sarebbe come chiudere uno che deve stare in galera tutta la vita in una cella con una vetrata gigante, da cui può vedere la libertà degli altri. Minchia è pesa come cosa. Cazzo sì.
Ed è un pensiero assurdo. Che da Bobby non mi aspettavo. Non credevo si facesse problemi sul cielo. E mentre la rais ci porta giù nel profondo della sabbia, quasi murati vivi, io guardo le stelle e mi sento lì. Prendo il volo, mentre la sabbia entra anche nelle mie mutande. Immenso, come una corrente. E posso sentire tutto. Sentire gli altri, infiniti popoli che come noi continuano a vivere, chiusi a loro volta in minuscole celle.  Eppure, anche quel singolo istante è già storia, già putrido passato. E il tempo è infermabile, un cavallo senza ostacoli. Mi perdo, nel silenzio, in queste immensi pensieri che diventano ciclici e riescono a mangiare la nostra esistenza. E credo che anche Bobby fosse finito in quel limbo un passo fuori dalla realtà.
Dormiamo per ore. Poi torniamo sulla terra. E il tornado vuole vendetta cazzo. Io gli dico che alla fine la differenza è poca. Ma a lui dà fastidio la presa in giro. Quel pomeriggio andiamo in città con mamma e Marzio. Noia mortale. Bobby risponde malissimo al padre. Che cerca di tenere viva una conversazione, tra persone che non hanno nulla da dirsi, in realtà. Bobby risponde con due monosillabi e una parolaccia. Sì sì cazzo. No no porca puttana. E io vedo la mamma stare male ad ogni brutta parola. Però rimane in silenzio, non è mica suo figlio.
Il giorno dopo i piccioncini affittano una barca per tutto il giorno, noi non andiamo.
Per tutta la mattina fumiamo sul balcone. Guardando puntate di Rick e Morty. Perdendoci tra quei disegni così fottutamente intrippanti.
Torniamo al parchetto di sera. Non c’è possibilità di convincere Bobby. Lui, se io non fossi andato, se ne sarebbe sbattuto. Vuole fare il culo a quegli stronzi. E mi sembra di essere nei cazzo di Soprano.
Mimi c’è. La gelataia di Hawkins e il Re della notte fusi in lei. Mi saluta con lo sguardo perché sente che l’aria è da subito pesante.
Bobby fa che vuole indietro i soldi o altra roba. Quelli sono tre, noi due. Uno e mezzo, perchè non le ho mai date. Guardo Mimi, mentre i toni iniziano ad alzarsi. Mi sforzo mentalmente e lancio, nel nulla, un messaggio. “Scappiamo insieme”. Spero di attivare la telecinesi nascosta in me o in lei, ma nulla. Io faccio a Bobby di stare tranquillo, ma è già rosso e non si tiene nulla dentro. Monologhi inutili. Mimi scappiamo nel cielo. Ma nulla.
Uno di quelli sparisce nella casa e torna con altra roba. Ci mandano a fanculo e Bobby sembra appagato. Dico addio con gli occhi a Mimi. Buon crossover della tua vita. Poi via.
Durante la notte sento Bobby urlare come un dannato. I piccioncini non sono ancora tornati. Lui è sul balcone, con una rais accesa e bestemmia come un demone. Mi fa di assaggiare. Tiro e ha un sapore strano. Quelle merde ci hanno dato il rosmarino. Mi piace che usa il plurale, mi sento più tosto di quello che sono. Inizia a sbattere i pugni al muro e tornano i due marinai. Marzio finge di non vedere la rais. Sa che certe cose è meglio evitarle. Ma Cristo, quello bestemmia a più non posso e mia madre esplode. 
Lo caccia fuori e gli rinfaccia l’unica regola che aveva messo all’inizio. Niente parolacce. Ma Bobby si attacca anche con la mamma. E i due sono molto vicini. Una sfilza di appellativi non positivi da entrambe le fazioni. Viziato, drogato, insensibile. Malata, paranoica, rincoglionita. Io e Marzio interveniamo. Spingiamo Bobby fuori, ma quello oppone resistenza con il corpo. Allora continuiamo a spingere e mi tira un pugno dritto nell’occhio. E i suoi occhi, mentre mi guarda, sembrano non finire mai. E il cielo, la rais e le celle in cui viviamo  non sono mai passate per la nostra testa, in sincronia. Sembra di non aver mai condiviso la verità sull’uomo insieme. Io mi accascio. Marzio urla e Bobby scappa.
Non ho idea di dove abbia passato lo notte. Come si può pensare di essere tutti in una cella terrestre e fare casino tra di noi? Non dovremmo unirci contro il più grande sequestratore di sempre? Quello che ha menato un intera razza in un buco di culo? Non capisco.
La sera dopo Bobby mi chiede di uscire. Si scusa e mi fa vedere un coltello. Vuole spaccare la faccia a quelli del rosmarino. Passo dieci minuti a dirgli di no. Lo seguo.
Quelli sono sulla spiaggia, vicino al parchetto. Appena ci vedono iniziano a ridere e Bobby impazzisce. Si butta addosso ad uno e colpisce. Qualcuno urla e il sangue inizia a uscire. Il coltello ha penetrato le prime carni. I due rimasti afferrano Bobby e lo portano in acqua. Mimi chiama il 118. Stanno annegando Bobby, porca troia. Mi butto e inizio a colpirli. Bobby si libera e sembra un film della DC. Girato male e interpretato peggio. Una mezza rissa senza regole. Tutto al buio, con un budget limitato. Intanto a due passi da noi, nell’enorme cella in cui tutti siamo rinchiusi, un ragazzo perde la vita sotto gli occhi del Re della notte. 

E piansi come un pazzo. Non per tutto quello che successe dopo, ma per lui. Per essere rimasto a guardare. Per non essere riuscito a convincere Bobby a buttare quel coltellaccio da quattro soldi. Non siamo più nel cazzo di Medioevo. 
Poi la storia finì con gli occhi del Re della Notte puntati su di me, mentre un giudice in una piccola aula, mi poneva delle domande. Mentre la mia esistenza veniva osservata, le mie azioni lette e rilette. Ed io ero un criminale. Avevo ucciso. E Bobby era solo un ragazzo troppo viziato, troppo libero. E Marzio un padre troppo buono, con l’unica colpa di amare la sua povera moglie morta. E mia madre voleva solo non sentire parolacce. E Mimi avrei solo voluto sposarla. E mia sorella era riuscita a svignarsela. Ed io ero solo troppo tranquillo. Troppo accondiscendente. Un prigioniero perfetto. In una cella gigante. Con un vetro sopra.

Giuseppe Fiore, è del 98. Nato a Matera e studia Comunicazione a Parma. Legge da quando è bambino e scrive da ancora prima, spera di riuscire a trasmettere le sue emozioni. Ha pubblicato i racconti Vecchia macchina da scrivere e Fuoco dallo specchietto sulla rivista Smezziamo e nella seconda call di Bomarscè il racconto Carlo e Marco.

Per La Seppia ha pubblicato Cadute da una bicicletta.

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