Behemoth

di Matteo Candeliere

La cosa peggiore è il rumore. I manganelli sbattuti sulle sbarre prima che le luci si spengano, gli ordini ringhiati da un’estremità all’altra del braccio, i singhiozzi dei compagni di cella: alla voce del carcere non ci si abitua mai.
La maggior parte del nostro tempo lo trascorrevamo buttati sui gradoni del cortile. A volte a qualcuno veniva voglia di menare le mani e con un pretesto qualsiasi scatenava una rissa sulla sabbia rovente. I secondini non alzavano un dito per fermarli, e tutti insieme ci godevamo uno spettacolo degno dell’antica Roma.
Fu durante una di queste scazzottate che Piero venne a sedersi vicino a me. Era ancora piuttosto giovane, e ciò nonostante era uno dei detenuti che aveva trascorso più tempo nel campo. Si diceva fosse arrivato da ragazzino, forse con sua madre o suo padre.
«Posso farti una domanda?», mi chiese con la lentezza di chi non ha nulla da fare. «Ma che ci fa qui un tipo come te?».
Scoppiai a ridere. «Siamo qui per un motivo, amico. Io…».
«A me non interessa se tu sia colpevole o meno».
«Lo sono».
«Secondo me neppure te lo ricordi perché sei qui. Secondo me…», ma non andò oltre. «Ah, lascia perdere. Stai pure qui a marcire, lo dirò a qualcun altro».
Un po’ mi dispiacque vederlo andar via così. Lo trattavano tutti come se fosse matto – e probabilmente non gli mancava molto a diventarlo sul serio – ma in fondo non aveva mai fatto del male a nessuno. Quando gli chiesi di finire il discorso tornò indietro, e un po’ riluttante sussurrò: «Io ho trovato un modo per andare via».
Lo guardai esterrefatto. Fuggire era impossibile, lo sapevano tutti.
«Dico sul serio, ragazzone! Lo sapevi che una volta superato il cancello non ci sono né guardie e né mura?».
«E come fai a superare il cancello?».
«Questa sera presentati qui dopo il rancio. E te lo farò vedere».

Quando sei prigioniero, non c’è pensiero che non graviti attorno alla prigionia. Ti domandi da quanto tempo sei rinchiuso, fino a quando durerà, e ogni passo che fai per allontanarti dalla tua ossessione non fa altro che avvicinartela ancora di più. Anche i discorsi con gli altri detenuti sono a senso unico: non c’è conversazione che inizi o finisca senza parlare di quanto sia stronzo quel secondino o di quanto faccia schifo la roba che ci danno da mangiare.
Non credetti a una sola parola di quanto Piero mi aveva detto, ma al tempo stesso non potevo evitare di pensarci. Seppi solo più tardi che aveva proposto di fuggire anche ad altri prigionieri, ma che questi non gli avevano dato credito. Del resto, se davvero sapeva come scappare, perché era ancora lì con noi? Così, anziché approfittare della sua offerta, avevano continuato a crogiolarsi in quella domanda fino a farne una questione di principio.
Forse dopo un po’ è la voglia di andarsene ad andarsene via.

Quella sera Piero fu stranamente silenzioso.
Ci stringemmo la mano e, prima ancora che potessi aprir bocca, s’incamminò con disinvoltura verso il cortile. Lo seguii sfidando gli sguardi perplessi e i risolini degli altri detenuti, ma di loro non m’importava: io temevo le guardie. Le cercai sui camminamenti delle mura e vicino all’ingresso del braccio, ma con mia grande sorpresa non ne vidi neppure una.
Arrivati al cancello, Piero si fece d’un tratto guardingo. Ascoltò l’aria per un momento, poi senza dire nulla si infilò nel gabbiotto del posto di guardia. Non potevo credere ai miei occhi. Con che coraggio…
«Allora ragazzone? Ti sbrighi o no?».

Non vedevo il cortile dall’esterno dal giorno in cui mi ero presentato al campo.
Da quel mio nuovo e privilegiato punto d’osservazione gli schiamazzi degli altri prigionieri mi parvero diversi, più alti e stonati forse, o addirittura in una lingua che non conoscevo. A guardarle dal di fuori, le cose si rivelano finalmente per quello che sono.
Piero mi tirò per un braccio. Dovevamo andare. Una volta dall’altra parte, c’intrufolammo in un lungo corridoio scavato nell’argilla. Le pareti e il soffitto grondavano di umidità. Acqua! Tanta da perdere il senno, e in fondo, in un giardino cullato dalla tranquilla notte primaverile, la libertà.
«Tu hai sempre saputo…», cominciai a farfugliare, ma Piero aveva già perso il suo breve lampo di risolutezza. Il volto sfigurato dalla paura, tastava anzi il terreno con i piedi come fosse sull’orlo di un burrone. Gli chiesi cosa stesse facendo, come mai non venisse lì fuori con me.
«Non so cosa c’è dall’altra parte, ma non è detto che sia tanto meglio di qui», disse senza staccare lo sguardo dai cespugli e dai giunchi. Fu seguendo quegli occhi – occhi da pazzo, da stregone, da indovino – che vidi muoversi qualcosa tra gli alberi, lento come un pachiderma e altrettanto spaventoso. Pensai a un animale, ma di simili non ne avevo mai visti: aveva una proboscide, delle grandi zanne e un gigantesco corno in mezzo alla fronte. L’immagine rifratta in uno specchio d’acqua ne rivelava i molteplici volti: un matrimonio fallito, un lavoro disumano e alienante, una montagna di debiti. Un futuro nero e senza più una goccia d’ossigeno. D’improvviso ricordai. Vidi la mia guida correre a perdifiato verso la prigione e restai da solo sul limitare di quel precipizio.

Matteo Candeliere è nato e cresciuto a Torino. Laureato in Psicologia, suona la chitarra in una band che si chiama Gli Alberi. Ha pubblicato per Pastrengo, Voce del Verbo e Blam!.

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