La signorina Mildred

di Nadia Erre

I due viandanti sembravano usciti dall’imponente biblioteca della signorina Mildred, sebbene da romanzi diversi. Erano, in un certo qual senso, male assortiti: uno alto e magro fin quasi all’inverosimile tanto che pareva si dovesse spezzare da un momento all’altro come un rametto secco, l’altro robusto (direi quasi grassoccio), più basso del primo di due buone spanne e con le guanciotte rubiconde a far da contrasto a un paio di baffoni ispidi e neri.
L’uomo più alto si fece avanti per salutare la vecchia zitella. Il suo volto era sottile e bislungo, il naso adunco, la fronte alta perennemente corrugata come se non riuscisse a disfarsi di un tetro pensiero, le guance incavate, le labbra pallide e sottili. La luce lunare, poi, rendeva il suo viso quasi fosforescente come se la sua stessa pelle producesse un inquietante e sinistro bagliore.
“Oh, mio Dio! Un vampiro!” pensò la signorina Mildred mentre stringeva la gelida mano che l’uomo le porgeva ossequioso.
«Il mio nome è Francisco Des Barres e questo è il mio compagno di viaggio Trevor Trentchard. Io e il signor Trentchard ci chiedevamo se lei fosse così gentile da indicarci un rifugio in cui passare la notte… non ci tratterremo molto e non baderemo certo a spese… conosce per caso qualche buona anima, non lontano da qui, che ci possa affittare una camera?».
“Certo che la conosco,” rifletté la signorina Mildred “c’è la vedova Fraser, lassù al Cottage dell’Edera, ma è ancora così giovane… e se il vampiro la mordesse e la facesse diventare la sua blasfema amante? No, non sopporterei mai questo peso sulla coscienza! Se rimanessero qui, invece… quel vampiro non succhierà di sicuro il sangue di una signorina di mezza età del Sussex… stasera preferirà piuttosto il collo del suo florido e imprudente amico!” indirizzò un sorriso cordiale ai due misteriosi pellegrini «Non se ne parla nemmeno!» disse a voce alta «Questa notte sarete entrambi miei graditi ospiti. E non intendo accettare da voi un rifiuto» aggiunse quando il compagno del Non-morto accennò un educato segno di diniego «Non mi sarete di alcun disturbo, la casa è spaziosa e, inoltre, è troppo tardi per raggiungere il Cottage dell’Edera… oh, ma che sbadata, non mi sono nemmeno presentata! Io sono la signorina Mildred e vivo qui da sola da ormai parecchi anni… be’, da sola a parte Ernie. Ernie è il mio gatto… chissà dov’è ora quel mattacchione! Molto bene, se ora volete seguirmi…».
Quello che la signorina Mildred non avrebbe mai ammesso nemmeno sotto tortura era che aveva invitato il vampiro e il suo amico a restare da lei non per il bisogno altruistico di salvare la cara vedova Fraser, ma semplicemente per non salvare sé stessa.
Una zitella deve provare qualche brivido ogni tanto.
Aveva letto molto durante la sua solitaria esistenza, sapeva quindi come sconfiggere i vampiri (croci, aglio, legno di frassino… aveva tutto l’occorrente in casa) e di certo non si sarebbe fatta spaventare da quel misero esemplare tutto pelle e ossa. Era difficile che un Non-morto si nutrisse del sangue di una persona non più giovane, ma forse in caso di estrema necessità (necessità in cui sembrava essere il SUO vampiro)… Le si accapponò piacevolmente la pelle appena sotto le scapole come se una lucertolina le si arrampicasse su lungo la colonna vertebrale.
Non avrebbe sicuramente dormito quella notte, comunque fosse andata. Già si vedeva, distesa sotto le coperte e con un crocifisso stretto fra le mani, mentre nell’oscurità della sua stanza si coagulava la forma del vampiro. E poi Francisco, che si avvicinava al suo letto con passo felpato e le sorrideva facendo luccicare i canini appuntiti ai raggi della Luna che penetravano dalla finestra. E lei che gli si abbandonava senza pensieri, persa in un’estasi indescrivibile. «Oh, scusate! Non trovo mai quelle giuste!» biascicò arrossendo, mentre cercava le chiavi della porta d’ingresso facendo tintinnare tutto il mazzo. «Suppongo abbiate fame, volete qualcosa da mettere sotto i denti?» chiese poco dopo rimettendo le chiavi nel barattolo di coccio sulla credenza.
«Quando si viaggia spesso ci si dimentica di mangiare» sospirò Trentchard.
«Quindi la risposta è sì» concluse la signorina Mildred «In casa purtroppo non c’è molto… io ed Ernie ci sappiamo accontentare… ma dove diavolo è andato a nascondersi quel discolaccio? Bah, salterà fuori prima o poi. Comunque, ho del pollo fritto d’avanzo, ve lo scaldo se vi va» i due uomini assentirono «e mentre voi cenate io vi preparerò la camera, così, se siete stanchi come immagino, potrete subito andarvi a riposare».
«Grazie per il suo disturbo, signorina Mildred».
«Oh, ma si figuri signor Des Barres, di nulla… di nulla!» e s’involò verso il piano superiore con la testa leggera come quella di un’adolescente alla prima cotta.
La sua mente correva ormai a briglia sciolta pregustando l’abbraccio voluttuoso e deliziosamente perverso del vampiro, l’attimo in cui sarebbe stata SUA per l’eternità «Francisco Des Barres» assaporò il suo nome accentuando le “r” e mordendo l’aria.
Se Margaret e Josephine avessero saputo, chissà che invidia!
Quando ritornò al piano terra Des Barres e Trentchard si erano già accomodati su due poltrone e stavano sfogliando delle riviste.
«Non era forse buono il mio pollo? Non ha mangiato quasi nulla signor Des Barres» osservò preoccupata.
«Oh no, al contrario, era ottimo, purtroppo non avevo molto appetito» si scusò.
“Naturale” pensò la signorina Mildred “perché un vampiro dovrebbe mangiare?”.
«È pronto il nostro alloggio?» s’intromise Trentchard riportandola bruscamente alla realtà.
«Oh, sì! Vi accompagno, venite».
Chissà come sarebbe stato condividere l’immortalità con quel vampiro: forse sarebbe ringiovanita e grazie al suo sangue anche Des Barres – oh, che fantastico nome! – sarebbe tornato al fulgore di un tempo «Dormirete qui. Il bagno si trova in fondo al corridoio, la mia stanza, invece, è oltre questa porta. Se stanotte vi serve qualcosa…» guardò negli occhi il vampiro «qualsiasi cosa, non fatevi scrupoli, per me sarà un piacere potervi accontentare».
«La sua gentilezza e la sua premura sono lodevoli, signorina, non so veramente come ringraziarla, ma spero di potermi sdebitare in qualche modo prima di andarmene via domattina». Il cuore incominciò a batterle così velocemente che temette che il vampiro – Francisco – se ne accorgesse.
«Ma ora se ci vuole scusare, credo sia giunto per noi il momento di coricarci, il nostro è stato un lungo viaggio».
«Oh, ma certo!» esclamò la signorina Mildred «Anch’io me ne andrò a letto. Buonanotte, signori».
«Buonanotte» risposero i due all’unisono.
Era finalmente giunta l’ora del suo riscatto!
Indossò la camicia da notte più elegante che aveva (era quella del suo intoccato corredo: le era un po’ stretta, ma di sicuro Francisco non si sarebbe curato di queste facezie) e si sdraiò, con il collo ben scoperto, dando la schiena alla porta (giusto per rendere il tutto più intrigante). Si era perfino dimenticata del crocefisso da tanto era agitata; quando se ne accorse si rialzò e camminando in punta di piedi lo andò a prendere perché voleva che fosse tutto come lo aveva sognato (e poi arrendersi così, senza pudore…).
Prima di quanto avesse osato sperare sentì dei lievi rumori provenire dalla camera di Des Barres e del suo amico. Avrebbe preferito che il vampiro le si materializzasse magicamente accanto, ma forse non aveva le forze per farlo – poverino! –  denutrito com’era, e poi così sarebbe stato ancora più bello: avrebbe seguito con l’orecchio teso i passi di Francisco che lentamente si avvicinava a lei.
I cardini cigolarono mestamente e la signorina Mildred iniziò a tremare (e non certo per paura). Vide un’ombra allungarsi sulla parete tappezzata con motivi floreali: era il volto affilato del vampiro.
Francisco era venuto da lei.
Non appena lo avvertì al suo fianco, gettò il crocefisso a terra e si volse fremente verso di lui «Oh, Francisco, prendimi! Fammi per sempre tua!».
Il vampiro la fissò per un attimo, interdetto, poi con voce flebile la supplicò «Mi aiuti, la prego!».
«C-cosa?» balbettò la signorina Mildred rizzandosi a sedere.
«Non si spaventi signorina, sono io, Des Barres… lei mi deve aiutare! Sono in grave pericolo…».
«Aiutare? Io? Lei? Ma perché? Non è un vampiro, lei?» chiese la signorina Mildred, confusa.
«Un vampiro? Io? Ma come le è venuta quest’idea? Sebbene…» tacque un istante lanciando fuggevoli occhiate a destra e a sinistra «lo sarò molto presto se lei non farà ciò che le dico».
La signorina Mildred non sapeva più che pesci pigliare: Francisco, il SUO Francisco, non era un vampiro? «Si spieghi!» mormorò, infine, avvilita.
«Trentchard, Trevor Trentchard, l’uomo – oh, ma come posso chiamarlo così? – che è giunto qui con me… ebbene, lui… sì, lui è un vampiro!» terminò ansimando per lo sforzo.
Ci mancò poco che la signorina Mildred non si mettesse ad urlare. Come poteva quel Trentchard così volgarmente basso e grasso essere un vampiro? E come poteva quel cadavere ambulante di Des Barres essere un comune mortale? Ma allora nei suoi libri erano scritte solamente bugie! “Un attimo” si disse riflettendo “Francisco mi ha rivelato che se non lo aiuto POTREBBE diventare un Non-morto… ma allora è Trentchard che succhia il sangue a Frankie! Come ho fatto a non capirlo prima? Il signor Trentchard è così bene in carne mentre il mio Frankie…”. Fissò negli occhi il suo quasi-vampiro «Fammi vedere il morso!» gli intimò, poi, imperiosa.
L’uomo portò con esitazione l’indice scheletrico alla gola, spostò il colletto della camicia e piegò lateralmente il capo affinché un raggio di Luna permettesse alla donna di scorgere la ferita.
Due piccoli fori spiccavano sul pallore della pelle all’altezza della giugulare.
La lucertolina riprese a scorrazzare per la schiena della signorina Mildred.
«Ora che ha compreso che è tutto vero, la supplico: soccorra la mia miseranda persona! Abbia pietà per la mia anima! Se Trevor mi mordesse ancora una volta, io sarei perduto!».
La signorina Mildred era ormai decisa: lo avrebbe aiutato. Avrebbe sì potuto lasciare che Trentchard facesse il suo dovere, ma sentiva il bisogno di vendicarsi del fatto che Francisco non fosse GIÀ un vampiro e la sua mente le suggeriva che la miglior vendetta stava nell’impedire la sua trasformazione… quel Des Barres non sapeva cosa ci rimetteva! «Avete il mio appoggio, signore» dichiarò freddamente.
«Oh, sia lodato il Signore! Quale meravigliosa donna ho incontrato sul mio cammino! Grazie, grazie mille!» sospirò profondamente «Fra breve Trevor verrà qui a cercarmi e lei… oh, so di chiederle una cosa davvero orribile, ma io sono così debole… lei deve ucciderlo! Mi liberi da quell’essere immondo! Lo può fare, vero?».
«Be’… questo è un mobiletto in frassino, potrei usare uno dei suoi supporti… tanto è da buttare via, non mi è mai piaciuto!». Capovolse il comodino e senza troppa fatica s’impossessò di uno dei quattro sostegni, recuperò le forbici dal suo cestino del cucito ed iniziò a lavorare sul paletto. Des Barres si era nel frattempo appiattito contro la porta per ascoltare i movimenti di Trentchard (proprio non riusciva a chiamare vampiro quel bizzarro incrocio fra Hercule Poirot e il Dottor Watson).
Non aveva ancora finito di appuntire il legnetto che Des Barres incominciò a sussurrare concitato «Sta arrivando! Sta arrivando!». La signorina Mildred si diresse coraggiosa verso l’uscio nascondendo il paletto dietro alla schiena mentre Francisco si rannicchiava al di là di una poltroncina.
Trentchard bussò con veemenza «Signorina Mildred!» urlò «Si svegli signorina Mildred! Sto cercando Des Barres… è, ehm, con lei, per caso?».
«Sì, è qui con me… entri signor Trentchard» interloquì impassibile.
Trentchard irruppe nella stanza impetuosamente con il volto disfatto dalle terribili emozioni che lo agitavano.
«Questo è perché non ha fatto di Frankie un vampiro!» gridò la signorina Mildred scaraventandoglisi contro e piantandogli il frassino nel cuore.
Trevor Trentchard le rivolse uno sguardo perplesso e incredulo, poi i suoi occhi si rivoltarono e s’accasciò sul pavimento lucido senza neanche un gemito.
«Oh, mia salvatrice! Le sarò eternamente grato! Non sarò più dannato, capisce? Mi sento già rinvigorito» proruppe Des Barres balzandole agilmente al fianco.
La signorina Mildred ritornò lentamente alla realtà e si accorse di aver appena commesso un omicidio «Be’, ma perché non si dissolve?» domandò preoccupata.
«Dissolversi? Già, perché non si dissolve? Forse è talmente pieno del mio sangue che prima che si tramuti in cenere passerà un po’ di tempo… sarà meglio portarlo via di qui… su, mi dia una mano» le ordinò sollevando il cadavere dai piedi.
Decisero semplicemente di gettarlo in uno dei prati dietro alla casa dove l’erba non ancora tagliata avrebbe occultato il corpo mentre le piante di aglio nell’orto (le precauzioni non sono mai troppe) gli avrebbero impedito di ritornare. Sicuramente, comunque, Trentchard si sarebbe ridotto in polvere in breve, quindi non c’era da angustiarsi.
Mancava poco all’alba quando Des Barres si disse pronto a partire «Devo andarmene, Mildred. Posso chiamarti così, vero? Quello che tu hai fatto per me stanotte ha legato saldamente le nostre vite, ma io non posso restare: il solo pensiero di rimanere ancora vicino a quell’essere mi fa rabbrividire. Oh, Mildred, tu hai liberato la mia anima! Forse, fra qualche tempo, ritornerò qui da te, ma per adesso… addio!».
Meno di un quarto d’ora dopo il commiato con il suo vampiro mancato, la signorina Mildred udì suonare il campanello d’ingresso. Che il suo Frankie avesse cambiato idea? No, erano tre energumeni vestiti tutti uguali.
«Buongiorno signora» esordì uno «ci scusi per l’orario, ma è una questione… importante. Siamo del manicomio criminale della contea. Non vorremmo spaventarla, ma stiamo cercando due uomini, uno molto alto e magro e l’altro… Signora, non si sente bene?».
«No, è tutto a posto» bofonchiò appoggiandosi al muro «è solo il pensiero di quei due… sono pericolosi?».
«Solamente quello più alto, l’altro è un nostro inserviente che dovrebbe averlo seguito, anche se non sappiamo ancora con quali intenzioni… ma non si preoccupi, ci sono agenti che perlustrano tutta la zona. Lei, quindi, non ha visto nessuno?».
«No, nessuno, assolutamente. Ho dormito profondamente per tutta la notte. Ora,» disse prelevando la vanga dal ripostiglio degli attrezzi «se volete scusarmi, avrei dei lavori da fare nell’orto».

Nadia Erre ama leggere, scrivere, camminare e ridere. Ha pubblicato un racconto, in spagnolo, su di una piccola rivista letteraria venezuelana e a breve un altro suo racconto apparirà sul lit-blog “Spore”.

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