Il picnic sulla spiaggia

di Rachele Salvini

Quando sono uscita dalla clinica, il sole era alto nel cielo di Oslo. Avevo abortito in una limpida e fredda giornata di settembre.
Quella mattina ero stata ammessa al programma di dottorato, ma a Mørten non avevo neanche detto di aver fatto richiesta. Per tutto il tragitto fino alla clinica, ero rimasta in silenzio. Come avevo fatto per mesi.

Quando ho finito, erano appena le undici di mattina e non avevo niente da dire. Mørten mi aspettava. Avrei dovuto essergli grata — essere contenta, una volta tanto, che non avesse ancora trovato lavoro un anno dopo essersi laureato e potesse passare la sua mattina ad aspettarmi. Invece l’ho visto lì, con le gambe allargate, le dita strette intorno a una tazza di caffè della macchinetta, e ho pensato di attraversare la porta della clinica come se non avessi idea di chi fosse.
Non l’ho fatto.
Mørten mi ha chiesto se volessi andare a casa a riposarmi, bere una cioccolata calda o qualcosa del genere. Ma la giornata era appena cominciata.
Ci siamo messi a passeggiare lungo i moli del porto, ammazzando il tempo in attesa di giungere a una decisione che nessuno dei due voleva prendere. I gabbiani stridevano e i turisti si godevano il sole tiepido di Oslo. Il castello di Akershus sorvegliava la costa dall’alto.
«Forse ti farebbe bene andare a casa e guardare un film. Una commedia, magari.»
Mørten ha dato un calcio al pavimento, piano, con le mani in tasca e lo sguardo fisso sul cemento nero.
Non volevo guardarlo. Mi infastidivano i suoi capelli sporchi, il giaccone impermeabile spiegazzato, i lacci del cappuccio mordicchiati. Ho distolto lo sguardo, come quando da piccola provavo a guardare il sole per troppo tempo. Ho diretto gli occhi verso il mare.
Attraccato al molo numero sette c’era uno di quei battelli che portano i turisti a Bygdøy, la piccola penisola di fronte alla baia di Oslo. C’ero stata solo una volta, quando ero venuta in città coi miei genitori per la prima volta. Ho afferrato il polso di Mørten, evitando di guardarlo, e ho cominciato a camminare. Non ha reagito. Si è fatto trascinare come un gatto al guinzaglio.

 «Quanto costa andare a Bygdøy col battello?»
Il barcaiolo ci ha guardato. La pelle del suo viso era tutta macchiata di chiazze rosse di freddo.
«Settanta corone», ha risposto. «A meno che non siate studenti.»  
Mørten mi ha stretto la mano. Le sue dita erano umide, nonostante non facesse abbastanza caldo da sudare.
«D’accordo, grazie.»
Il barcaiolo era già disinteressato. Aveva adocchiato una coppia di turisti giapponesi.
Ho girato i tacchi, continuando a trascinare Mørten fino al primo supermercato Kiwi che mi sono trovata davanti.
Il giorno in cui avevo avuto un aborto, volevo fare un picnic sulla spiaggia.
«Non dovresti farlo.»
Mørten ha provato a spingermi via dal carrello, ma ho stretto la presa intorno al manico.
«Vai a prendere le salsicce», gli ho detto.
«Frida.»  Mørten ha fissato e ho visto tutto — la spruzzata di grigio sull’attaccatura dei capelli sporchi, la barba a chiazze, come se non si fosse rasato da giorni. Se ne stava di fronte a me con il barbecue usa e getta in mano.  
«Dammelo», ho fatto, e gli ho preso il barbecue dalle mani. Non mi ha respinto.
«Non capisco», ha detto.
Ci siamo guardati. Non sapevo cosa dire. Ero io quella che era appena uscita dalla clinica. Lui era stato in sala d’aspetto, trangugiando caffè nero da una tazza di cartone.
«Ti stanno crescendo i capelli grigi», ho detto.
«Mi domando perché», ha biascicato tra i denti, voltandosi per andare a prendere le salsicce. L’ha detto abbastanza forte perché potessi sentirlo.

«Sono una studentessa», ho detto, e ho piazzato la carta studente dell’Università di Oslo sotto il naso del barcaiolo. Specializzazione in Archeologia e Studi Vichinghi.
«Cinquanta corone», ha risposto dopo aver lanciato un’occhiata veloce alla mia carta. Poi si è voltato verso Mørten. Lui stava tenendo la borsa della spesa, e ha semplicemente scosso le spalle.
«Settanta corone», gli ha detto il tipo. La barca ondeggiava dolcemente sul mare.
Mørten ha cominciato a rovistarsi in tasca, ma io l’ho fermato.
«No», ho detto, e ho dato al tipo centoventi corone. «Pago io.»
Il tipo non ha detto niente e ha tolto la catena per lasciarci salire sulla barca.  
Mørten mi ha seguito, con la busta della spesa che gli sbatteva sul ginocchio a ogni passo.
Ho pensato che, una volta partiti, il vento ci avrebbe scompigliato i capelli e frustato le guance, ma il sole splendeva troppo per andare a sederci sottocoperta.
Quando sono salita, sentendo l’instabilità dell’acqua sotto i piedi, non ho provato niente. Niente di niente. Non ho rallentato né esitato, mentre mi dirigevo verso i posti a sedere. Ho sentito solo gli occhi di Mørten addosso.
«Non dovresti… sentire qualcosa? Voglio dire, hai —»
«Per favore, Mørten», l’ho interrotto, sedendomi di fronte a lui. Ho tirato fuori dalla borsa gli occhiali da sole. «Sto bene», ho detto.
Lui si è messo la busta di plastica tra le gambe. Improvvisamente mi è sembrato così vecchio che mi sono domandata se fosse davvero il ragazzo con cui avevo cominciato a uscire all’inizio della mia specializzazione, due anni prima.
«Non è normale», ha detto.
«Cosa?»
«Che tu stia bene. Non è normale.»
Mi sono voltata verso il mare. Eravamo gli unici sulla barca.
«Frida.»
«Per favore», l’ho interrotto di nuovo. «Smettila di parlare.»
Mi ha guardato, e di nuovo non sono riuscita a ricambiare il suo sguardo. Poi ho sentito delle voci. Un gruppo di turisti americani era salito sulla barca, una famiglia di due adulti e due bambini. Hanno pagato i biglietti, poi hanno attraversato il ponticello per salire sul battello. Ho pregato che si sedessero sottocoperta, e l’hanno fatto. Mi sono voltata verso Mørten, ma stavolta era lui a guardare il mare.

Le salsicce rosolavano sulla brace. Mørten ne ha presa una con un bastoncino. L’ha guardata, coi succhi che trasudavano dalla carne rossastra. L’ha rimessa sul fuoco e si è seduto sulla sabbia.
«Ci siamo dimenticati di comprare la birra», ho detto.
«Non so se possa far bene al tuo equilibrio mentale, al momento.»
Ho pensato di alzarmi e mollargli una pedata in faccia. Ho pensato di dirgli di darsi una calmata, lavarsi i capelli, farsi la barba e smettere di comportarsi come se la nostra vita fosse finita. Il mondo non era ancora crollato. Eravamo sulla spiaggia, a mangiare salsicce su una brace portatile. Nulla era finito. 
Solo che, per un attimo, non appena ho pensato di alzarmi e colpirlo, mi sono sentita meglio. Mi sono sentita meglio di come mi fossi sentita nelle ultime settimane, forse mesi. Ho finalmente sentito qualcosa.
«Queste stupide salsicce sono crude», ha detto Mørten.
«Smettila di toglierle dal fuoco», ho risposto.
Avevamo scelto un angolo isolato, in fondo alla spiaggia. Non mi ricordavo molto del posto dalla mia prima visita coi miei, ma dopotutto non ricordavo granché di Bygdøy in generale. L’unica immagine vivida che mi era rimasta in testa erano mio padre e mia madre che litigavano lungo tutta la strada di ritorno. Come sempre.
Mi sono messa una mano sulla pancia, in basso. Di nuovo, non ho sentito niente. Sapevo che non c’era granché da sentire. Ho guardato il mare grigio incresparsi. Oslo era ancora maestosa. «Che bella giornata», ho detto, e lo pensavo davvero.
Mørten continuava a girare le salsicce sul fuoco. «Cos’ha detto tua madre?»
Mi sono voltata verso di lui lentamente. «Riguardo cosa?»
Ha stretto le labbra. «Di cosa pensi stia parlando?»
Certo che sapevo di cosa stesse parlando. Non volevo rispondere. Ho scosso le spalle.
Lui mi ha tenuto gli occhi addosso. «Riguardo il bambino.»
Continuava a chiamarlo “il bambino”. Non era un bambino, volevo urlare. Non ancora. Non lo era mai stato. Avevamo preso la decisione insieme. Non lo sarebbe mai stato.
«Non gliel’ho detto», ho risposto.
Mørten ha stretto le dita intorno al bastoncino che usava per girare le salsicce. «Non l’hai detto a tua madre?» La sua voce era un sussurro.
«No», ho risposto, e ho posato una mano sulla sabbia. Ho scritto il mio nome, Frida, e l’ho subito cancellato.
«Le salsicce sembrano pronte», ha detto Mørten. Poi ha lanciato il bastoncino lontano, verso il mare. È atterrato sulla sabbia, ma la risacca l’ha portato via.

Abbiamo mangiato le salsicce, e poi l’ho detto. «Sono stata accettata nel programma di dottorato a Londra. Comincio a gennaio.»
Mørten si stava asciugando la bocca con una manica della felpa. Le sue spalle si sono irrigidite.
«Non pensavo che mi avrebbero offerto uno stipendio. Ecco perché non ti ho detto che ho fatto richiesta d’iscrizione. I miei professori mi avevano detto che sarebbe stato impossibile ottenere i fondi per uno studente internazionale, nel mio campo.»  
Mørten ha guardato il mare davanti a lui. Il sole stava diventando bianco.
«Okay», ha detto Mørten, annuendo.
Non ho risposto. Poi lui si è girato verso di me di scatto. «Che cazzo è successo, Frida?» Ha ficcato un dito nella sabbia e ha cominciato a scarabocchiare. «Sul serio. Eravamo due studenti che si divertivano, ci siamo innamorati.» Ha continuato a fare ghirigori finché non ha tracciato una curva perfetta sulla spiaggia. Si è fermato.
«Mi dispiace», ho mormorato.
Non ha alzato gli occhi su di me. «Come ti senti?»
Non aveva smesso di chiedermelo per giorni. Settimane, a essere sincera.
Sono rimasta in silenzio. Mi vergognavo. Poi, finalmente, Mørten si è voltato verso di me.
«Come ti senti?» ha chiesto di nuovo.
Aveva gli occhi arrossati, iniettati di sangue, coi capillari che gli infestavano lo sguardo.
Mi sono messa una mano sulla pancia per l’ennesima volta. Mørten l’ha seguita con lo sguardo.
«Non sento niente», ho sussurrato. «Niente di niente.»
Siamo rimasti zitti. Silenzi così erano cominciati a capitarci sempre più spesso. Eravamo abituati a parlare di tutto. Ogni piccolo dettaglio delle nostre vite insieme era un potenziale argomento di conversazione. Ma non ora. Non nelle ultime settimane, o mesi.
Mørten ha cominciato ad annuire lentamente. Abbiamo guardato il mare per un po’, poi abbiamo sentito qualcuno ridere in lontananza.
I due bambini della famiglia americana stavano correndo sulla spiaggia, coi piedi nudi che schizzavano nella bassa marea. Uno ha lanciato un secchiello di plastica rossa contro l’altro. I genitori, poco lontano, camminavano lentamente mano nella mano. Il sole tramontava nel cielo pallido, dietro il mare nero.
I bambini si sono fermati a qualche metro da noi e hanno cominciato a costruire un castello di sabbia. Hanno riso tutto il tempo.
«Ho freddo», ho detto. Mi sono voltata verso Mørten. Le spalle gli tremavano nella felpa blu e aveva messo la testa tra le ginocchia. Un venticello leggero ma gelido soffiava dal mare.
«Sta cominciando a far fresco», ho detto di nuovo. Ho alzato la mano per posargliela sulla spalla, come se qualche parte dentro di me sapesse che avrei dovuto confortarlo, ma prima che potessi farlo, ha alzato lo sguardo. Aveva tutta la faccia bagnata e le ciglia appiccicose.
«Mørten», ho cominciato, incapace di dire altro o di avvicinarmi.
L’avevo visto piangere solo una volta, quando suo nonno era morto ed ero andata al funerale, a Bergen. Avevo conosciuto tutta la sua famiglia.
Mørten ha scosso la testa e si è voltato verso i bambini americani, tirando su col naso. «Mi dispiace», ha detto, facendo di tutto per non guardarmi. «Mi dispiace tanto.»
Per un attimo ho desiderato abbracciarlo e rannicchiarmi sulla spiaggia con lui, di fronte al mare, come avrebbe fatto qualsiasi altra coppia. Ci saremmo alzati, mano nella mano, avremmo preso il battello e saremmo tornati a casa, ci saremmo coccolati a letto e magari avremmo guardato un film e poi ci saremmo addormentati e poi ancora ci saremmo svegliati sentendoci meglio.
Lui avrebbe preparato la colazione prima che mi svegliassi. Mi avrebbe scritto un biglietto buffo e l’avrebbe messo sul vassoio e avremmo mangiato insieme e riso e poi pianto e poi ricominciato la nostra vita insieme come tutte le coppie — i miei genitori, i suoi genitori. Con lavori stabili, semplici.
Ma eravamo giovani e lui non aveva un lavoro e io volevo andare a Londra e io lo sapevo e lui lo sapeva — lo avevamo deciso insieme. Non potevamo avere un bambino mentre io stavo finendo la specializzazione in archeologia e lui era alla ricerca di un lavoro decente.
Ho pensato di abbracciarlo, ma non l’ho fatto. Non mi sono neanche avvicinata un pochino. Ho aspettato che Mørten si calmasse finché i bambini hanno finito di costruire il castello, la famiglia americana se n’è andata e il sole è tramontato. Poi ci siamo alzati e siamo rimasti in silenzio per tutto il viaggio verso casa.

Mørten è andato a fare la doccia mentre mettevo su il latte per la cioccolata calda.
Ho aspettato che il latte si scaldasse pensando a cosa dire, come se esistessero delle parole giuste per una situazione simile. Ci ho provato davvero. Ho pensato di dirgli che sarebbe andato tutto bene, qualsiasi cosa avremmo deciso di fare del nostro futuro.
Ma quando sono tornata in camera, con le tazze fumanti in mano, Mørten si era già addormentato. Aveva lasciato la finestra aperta, col vento che increspava le tende. Ho lasciato le tazze sul comodino e ho chiuso le imposte sentendo il freddo che mi frustava il viso.
La luna era sola nel cielo nero.

Rachele Salvini è una studentessa di ventisette anni. Sta facendo il dottorato in English and Creative Writing alla Oklahoma State University. Scrive sia in italiano che in inglese; i suoi racconti in inglese sono stati pubblicati o in attesa di pubblicazione su Prime Number Magazine, Necessary Fiction, BULL, e altri. Ha vinto l’edizione 2020 del premio 8x8, si sente la voce. I suoi racconti e traduzioni sono stati pubblicati o in arrivo su Lunch Ticket, inutile, Narrandom, Pastrengo, Lunario, Carie, L’Inquieto e altri. Fa parte del collettivo Spaghetti Writers.

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