Le maleparole

di Giuseppe Marrone

Le maleparole I

Che poi, potendo possibilmente sporgersi dall’alto,
da un indisposto nerastro nembo come dal balcone
di Palazzo Venezia qualcuno annunciando festante
catastrofi, potendo dall’alto guardare e vedere,
chissà da questa così manzoniana veduta quanto
bizzarra potrebbe baluginare la nostra vita
brulicante tra vicoletti e asperità, quanto strano
il silenzio soprattutto di cui pure siam capaci,
quanto patetico il nostro pratico soqquadro, il nostro
naturale – quasi dolce – ramingare tra l’esserci
e il non esserci più, il non esserci più, il non esserci proprio
più.

 

Le maleparole II

Ma per fortuna siamo noi fatti per dimenticare,
studiati a tavolino per fare d’ogni cosa un grande
vuoto, un gran nonnulla, per gettar ogni giorno l’immondizia,
per fortuna, senza insozzarci le mani col passato
che tanto – disgraziato – ha già versato il sangue adorato.
Per fortuna, l’abbiamo appreso dalla culla a sfuggire
il resoconto dei ricordi, a cestinare il mondo di ieri,
perché non ci tormenti coi suoi inutili pensieri.

E io però ho paura, ché ogni immondezzaio dovrà
pure avere i suoi netturbini e non oso immaginare
i disgraziati cui sarà toccata questa sventura
di soffrire con la propria perfino l’altrui lordura. 

 

Le maleparole III

Vorrei col mio mondo affrontar la spinosa questione
della stabilità, che mi pare sia il baricentro
di tutto ciò che andando va e non andando – hélas! – non va.
Affrontarla con la massima franchezza però senza
lesinare quanto a leggerezza: giusto due chiacchiere
così, come davanti a quei caffè che non bevo, come
con quelle persone che il caso per caso ti ha portato
sotto al naso e quando le incontri sorridi: “Ma che caso!”,
ripensando agli anni in cui trovarle era tutt’altro che
– non vorrei ripetermi, ma debbo davvero – un caso.

Affrontar la stabilità della borsa e dello stato;
la stabilità dello stabile di Palazzo Chigi
e del governo che non so più dire se a mio padre
piace o non piace; stabilità dei rapporti amorosi
tra amanti cortesi talvolta disattesi, tra odalische
e sultani obesi; stabilità sopra al mio letto,
sopra e sotto il mio cuscino, stabilità del mio
tetto. Stabilità di quando ho paura e sveltamente
infarcisco spropositatamente di avverbi in -mente
un discorso che a conti fatti non vuole dir niente;
stabilità di quando mi penso bambino, di quando
tutto a suo modo era stabile perché ero piccino.

Giuseppe Marrone, classe 1996, laureato in Lettere moderne presso l’Università di Salerno; attualmente studia Filologia moderna presso l’Università di Napoli “Federico II”. Ha pubblicato due raccolte di poesie, Sulla riva (Oèdipus Edizioni, 2018) e Gesta barbarorum (Edizioni Ensemble, 2019) e un racconto sulla rivista online «Pastrengo».

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