I pilastri della solitudine – Parte 3

Illustrazione di Oscar Singarella

I pilastri della solitudine
Storie di una inquietudine strutturale

di Rocco Cannarsa

Aurora

Aurora ha gli occhi azzurri. Dei grandi, meravigliosi occhi azzurri. È nata col sole di maggio, lo stesso che ora le bacia la pelle liscia di bambina. Una bambina che cresce con eccessiva fretta, come volesse ghermire il futuro che le aspetta prima del tempo, nella sua propria curiosa ansia di onniscienza. Passa le giornate in giardino, facendo la ruota, giocando, parlando, leggendo, tra la nonna e il cane, ed è come se iniziasse ad apprezzare solo ora le loro esistenze. Indossa un cappello a tesa larga. Quando la mamma la guarda, lì, sulla sedia bianca in mezzo al prato, ne ammira l’eleganza che vuole superare l’irrequietezza dell’innocenza. E pensa ad Audrey Hepburn. Col cappello in testa Aurora legge un libro. Non le va, si vede, non fa che accavallare le gambe, cambiare posizione, e passano minuti prima che giri la pagina. Si annoia, lì seduta con i fogli tra le mani. Non riesce a non pensare che tra pochi giorni sarà il suo compleanno. Spera. Spera solo sia bello, in qualche modo. Non potrà invitare gli amici, questo lo capisce, ma se almeno potessero venire i nonni, anche per poco. Dio quanto le mancano i nonni. E il fratello. Le manca, sì, ma da quando è andato via ormai si è abituata alla sua assenza, si è impegnata a trovare la felicità anche in questa dimensione nuova. Si è abituata a considerarlo un ospite saltuario della casa che vive. Le manca, però, in fondo, da qualche parte. Posa il libro, questo maledetto, noiosissimo libro che lui le ha consigliato in videochiamata. Sperava potesse essere un modo per condividere, seppure così distanti, qualcosa. L’ennesimo tentativo fallimentare di sentirlo più vicino. Tra poco sarà il suo compleanno e lui non ci sarà. Le dispiace, glielo dirà per telefono, ma sa che non è colpa sua. Anche se, gli dirà anche questo, sa che sicuramente non sarebbe venuto. E non saprà interpretare il peso del silenzio che seguirà a queste parole. Lo considererà l’ennesima dimostrazione di distanza, di dolore, di solitudine. E si sentirà più adulta così, sola, e ritroverà il sorriso appellandosi alla sua fretta di crescere. Questa situazione la rincuora, la conscia auto-illusione che lui non verrà ma non ne avrà colpa, almeno per questa volta. La mamma arriva per fare una foto. Una foto a nonna e nipote. Nel giardino, sul prato, sulle vicine sedie bianche, con le gambe accavallate allo stesso modo e lo stesso cappello a tesa larga a filtrare i raggi del sole. Il libro in mano e il sorriso. Il sorriso con l’apparecchio, quello bello perché semplice e trasparente di una bambina. Quel sorriso con cui i bambini dissimulano con naturalezza il vento dei suoni del proprio mondo agli adulti, coltivando nel proprio tacito abisso mentale quella maturità che un giorno li renderà tali.

Stefania

Stefania siede sul divano. Ha in mano L’Assommoir di Émile Zola. Con una mano carezza la pagina, con l’altra il verde velluto che riveste la seduta. Sente i tasti del computer scricchiolare frenetici sotto le dita del marito, poco lontano, in poltrona, sotto l’arco di Flos. È quasi ora di cena e dovrà cucinare. Lo farà col solito sorriso bonario. Sedendosi a tavola urlerà: «È pronto!» come si confà allo stereotipo della famiglia felice. Aspetterà qualche minuto guardandosi le unghie prive di smalto, finché potrà silenziosamente osservare la famiglia riunita mangiare. Il figlio è un coglione, si vede da come si incanta davanti alle minime cose. È un romantico, e il mondo difficilmente ne accetterà la natura. La sorella è più piccola ma più donna, si sa che maturano prima, ma lei ha proprio un che della puttana, sarà come sorride soddisfatta quando sente vibrare il telefono nell’altra stanza. Il marito tace, mangia e tace. Starà pensando a come accaparrarsi il prossimo appalto. Stefania la mattina indossava uno dei suoi tailleur e filava a lavoro. Fremeva assaporando l’esercizio della sua naturale attitudine al comando. Aveva fatto carriera, aveva avuto virtù e fortuna. E aveva avuto le palle, anche le palle erano state importanti. Nel lavoro si dilettava, si divertiva, era la sua vocazione, vedere le teste impaurite dei sottoposti girarsi quando si sentiva il suo tacchettare. Così, soddisfatta, tornava a casa, dove la aspettava una famiglia trasparente: un marito stanco dal lavoro, un ragazzo taciturno e serio, e una ragazza spigliata. E lei preparava la cena, l’unico stereotipo di genere che riuscisse saltuariamente a sopportare. E il meccanismo della sua esistenza funzionava impeccabile. Da quando lavora da casa percepisce i suoi serrati schemi mentali sgretolarsi, fondersi in una pericolosa fluidità. Non boccheggia più soltanto per le piaghe lavorative, troppo distanti per risultare piacevoli, ma ad esse si aggiungono il mare di panni da stirare, rumori indesiderati, il chiacchiericcio costante proveniente dalle stanze che si amalgama in un coro confuso e sgradevole nella sua testa. Tutto ciò che non conosceva della sua famiglia, ciò per cui col marito fingeva di lagnarsi, martire delle proprie scelte, tutto ciò che non poteva né vedere né sentire nelle ore di assenza, non le importava minimamente. Le bastava quel barlume di perfezione superficiale, quando chiamava la famiglia a tavola nell’attesa che la giornata finisse con questo ornamento funzionale a scacciare la solitudine. E le si illuminava il volto, pensando alla sua soddisfazione, cinta dal calore silenzioso della condivisione di un pasto.

Rocco Cannarsa nasce a Termoli (Cb) il 29 Marzo 2000. Vive a Firenze dove frequenta la facoltà di Filosofia. Pubblica nel 2019 il racconto “Un frutto che cade” all’interno dell’antologia “Ricordi” (Mauro Pagliai Editore). Dal 2018 collabora con la rivista fiorentina “Streetbook Magazine”.

Per La Seppia ha scritto il racconto Voci.
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