Città vuota – Letizia Rigotto

LA DAMA STANCA

Dodici milioni e centomila. Questo, secondo l’Istat, è il numero di visitatori che ogni anno attraversano il Ponte della Libertà e sbarcano dalle famose grandi navi per riversarsi a frotte a Venezia.
Dodici milioni e centomila turisti contro 53.976 abitanti, per una superficie di poco più di 5 km quadrati.
Sono dati che fanno impressione, ma si sa, tutti i gentiluomini vogliono ballare con la donna più bella del ballo e Venezia questo titolo l’ha conquistato e se lo tiene ben stretto da secoli.
Che succede, però, quando anche alla donna più bella di tutte fanno male i piedi?
Venezia ce l’aveva già fatto capire quel 12 novembre, quando le acque si sono alzate come a voler mettere un violento freno a quel via vai frenetico, ma non è stata ascoltata, anzi, sono stati in migliaia a fiondarsi sull’isola per vederla boccheggiare, dai vaporetti, dai campi e campielli, dalle calli con l’acqua fino alla cintola.
C’è voluta una pandemia globale, ma ora Venezia può finalmente sedersi, togliersi i tacchi e guardare il mondo che, per una volta, va avanti senza di lei.
In quella che è una realtà inaspettata e surreale per tutti, è strano vedere le città vuote e silenziose, è strano vedere come quelle cose che tutti reputavamo quotidiane, normali, come prendersi un caffè con gli amici o andare al cinema siano entrate nella concezione di “attività di lusso”, ma non tutto il male vien per nuocere.
Nella città che deve la sua fama, bellezza e fortuna al mare, è proprio il mare a riprendersi il primo posto: sono bastate poche settimane e la fauna marina, prima soffocata dal traffico delle barche, ha ricominciato a popolare i canali. Dove prima si vedeva solo qualche raro granchio farsi largo sul fondo melmoso, ora si vedono decine e decine di pesci che si muovono lungo la pigra corrente, cacciati dai cormorani che si tuffano a interrompere per un attimo il silenzio.
Come a Trieste, anche nella laguna veneziana sono tornati i delfini che, ignari di quello che sta accadendo, saltano giocosamente al largo del Lido, mentre dalla riva la gente li osserva estasiata, in una delle tante file per fare la spesa.
Le anatre, prima nascoste sotto ai ponti, ora camminano lungo le rive avventandosi sulle briciole di pane che i veneziani lanciano dalle finestre, inseguite dai gatti che si stendono sornioni sotto al sole di una primavera che è scoppiata anche senza di noi.
Gli alberi stiracchiano i rami con le prime foglie; sulle altane riscaldate dal sole i fiori e le piante tornano a vivere, annaffiati da una studentessa fuori sede che non ha fatto in tempo o non ha voluto tornare, e che ogni giorno allunga lo sguardo verso San Sebastiano, dove, fra i muri dell’università chiusa, cerca di vedere quel ciliegio sotto cui la scorsa primavera era solita distendersi e che proprio in questi giorni dovrebbe star fiorendo di rosa.
Su Canal Grande, il Ponte di Rialto guarda maestoso e vuoto le rare barche che silenziose passano, sorpreso da quella calma inaspettata, disturbato solo qualche volta dal rumore di un passante che, da dietro una mascherina, trascina borse della spesa straripanti e i cui passi riempiono le calli come un costante ticchettio.
In Piazza San Marco, la Basilica guarda la sua piazza vuota e ne discute con il Palazzo Ducale, eppure, nessuno dei due sembra scontento di quel silenzio, di quella calma a lungo attesa e che solo una tragedia ha saputo portare. Fanno cenno all’altra riva, alla Basilica di Santa Maria della Salute, e si danno di gomito perché loro certe cose le hanno già viste, perché per loro non c’è nulla di nuovo e ormai, dopo tanti anni, si sono fatti una certa corazza.
Lungo i canali stanno ammassate le gondole, l’una di fianco all’altra, muovendosi al ritmo della corrente e facendo scricchiolare le cime, riposando dopo anni e anni passati a portare in giro i turisti che, da dietro le loro macchine fotografiche, cercavano di catturare Venezia con uno scatto.
Cosa ricorderanno i veneziani di questo periodo? Tante cose, ma specialmente il silenzio, un silenzio che a Venezia sembra stonare, ma che invece la veste di quella bellezza misteriosa che l’ha resa la donna più bella del mondo, una donna che, dopotutto, voleva solo riposarsi un attimo e che finalmente ci sta riuscendo, nel bene e nel male.
E chissà, magari, finito tutto questo, proveremo anche un’amara nostalgia.

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