Flop

di Biagio Sartori

Si incontrarono la mattina in stazione per prendere il treno. Come la vide sulla banchina, offesa dal vento che le incollava addosso i vestiti sul corpo forse un po’troppo gracile, posò la piccola valigetta blu, la salutò e la abbracciò, forse un po’ troppo forte. Lei, alzandosi leggermente sulla punta dei piedi, non disse nulla e, ripreso lo zaino, lo salutò col fiato tagliato dalla stretta inaspettata.
“Era da un po’ che non ci vedevamo” disse il giovane uomo
“Se non contiamo i miei tre anni da inviata, un mese fa alla festa” La giovane donna rise ricordando mentre sembravano due idioti come tutti gli altri
“Beh dai devi ammettere che non ballo così male”
“No no anzi, mi hai stupita un sacco, non credevo avessi mai ballato”
“No, infatti. Ho fatto tutto a caso. Giuro, non avevo mai ballato in vita mia”
“Hai un talento innato di sicuro”
Si sentiva infinitamente stupido, era felice per qualcosa di sciocco, come i tre minuti in cui avevano scimmiottato un valzer insieme. Salirono in carrozza, l’uno di fronte all’altra, due posti in testa alla carrozza.
“Non sapevo di piacerti così tanto” riprese l’uomo, sapendo che con tutta probabilità non era vero. Lei si nascose dietro a un sorriso, dietro al sorriso che faceva quando qualcuno la sparava grossa, ma intanto era diventata rossa fino alle orecchie.
“Faccio un certo effetto” continuò, ridendo per non inoltrarsi pericolosamente in un territorio troppo profondo che sapeva non portar da nessuna parte, continuando tuttavia a guardarla.
“Ma a che gioco stai giocando? Vuoi sedurmi?” e si avvicinò a lui con i suoi grandi occhi verdi.
A quelle parole lui capì di essersi spinto troppo in là, ma ormai aveva dato inizio al duello.
“Si, mi piacerebbe essere amanti” La guardò con un’espressione ilare, per fortuna subito ricambiata, e scoppiò a ridere fragorosamente insieme a lei.
“Siamo matti, chissà cosa pensano quelli davanti a noi” sussurrò la donna coprendosi la faccia.
“Facciamo anche le persone serie, io forse anche troppo a volte” rispose vagamente lui.
“Si dai facciamo un po’ le persone serie”
Qualcosa però era cambiato in lei, come se stesse ripensando a quello che era successo e ne fosse anche vagamente turbata.
“Cazzo”
“Tira fuori la scacchiera, io prendo i bianchi ovviamente” l’uomo capì che fino a Roma si sarebbero dati battaglia.
Arrivarono nella capitale nel primo pomeriggio. Avevano prenotato un economico monolocale, in linea con le direttive del piccolo giornale, da cui poter arrivare velocemente al red carpet.
Presero così a sistemarsi, lei dalla parte della finestra, lui da quella del muro, disfecero i bagagli e si giocarono a morra cinese il turno per la doccia. L’uomo fumava una sigaretta in terrazza. Pensava a quanto sarebbe stato male una volta tornato a casa, una volta che lei sarebbe stata di nuovo lontana e tutto sommato estranea a lui, a quanto avrebbe sofferto per quei momenti in cui era stato felice e al fatto che si sarebbe vergognato per l’impotenza del cuore davanti alla collega.
Ritornò nella stanza, lanciò il pacchetto di sigarette sul letto. La porta del bagno si aprì e lei uscì in accappatoio, i corti capelli mogano appiccicati all’indietro, come quelli di un qualche damerino in frac del cinema degli anni trenta.
“Bagno libero” disse, forse notando lo sguardo di lui, lo sguardo di uno che si è appena fottuto il cervello.
“Vado” e sentendosi un po’pirla prese le proprie cose e si diresse nel bagno umido, che sapeva di balsamo e profumo all’uvaspina. Dopo che si fu lavato e pettinato uscì in tuta nella stanza e di nuovo, di certo non per l’ultima volta, si stupì di quella donna che, pensò, lo stava mettendo alla prova oppure lo stava facendo fesso, anche se non ne aveva proprio l’aria. Era seduta in terrazza, ancora in accappatoio e fumava una lucky strike, le gambe nude e accavallate davanti a Roma, che sprofondava lentamente nel tramonto. L’uomo per poco non si mise a piangere. Invece la raggiunse in terrazza e si accese anch’egli una sigaretta.
“Non ero mai stato a Roma”
“Io si, ma non l’avevo mai vista così”
“Ti fa sentire solo. Ti fa sentire uno sciocco”
“Se ti senti sciocco a sentirti solo allora siamo due sciocchi”
“Invece sono uno sciocco, perché non ho mai potuto parlarti come avrei dovuto, mi sono sempre limitato a guardarti, a scrivere articoli inutili, a commiserarmi quando non avrei dovuto, a pensare che nulla sarebbe filato liscio, ed eccomi qua, con te, a guardarci invecchiare, perché non ho mai scelto te”
Rimase il silenzio fra loro per minuti interi, passò forse quasi mezz’ora prima che lei parlasse, mentre guardavano le prime stelle fare capolino in cielo.
“Io…io…io non ho mai pensato che le tue fossero preoccupazioni inutili. Hai ragione, hai scelto tu, anzi sei tu a non aver scelto. E lo dico con rammarico. Non ho la presunzione di dirti che, se mi avessi chiesto di uscire avrei accettato e sarei stata felice. Ma adesso cosa possiamo fare? Anche io ti voglio bene, ma guarda la realtà, non abbiamo vent’ anni. Lascia stare”
“Non posso, ho tentato, per me è impossibile e lo sai anche tu” la guardò negli occhi, quegli occhi forse un po’troppo sporgenti. “il mio unico desiderio è ormai tornare indietro e vivere nell’immaginazione di una vita felice. E sono solo, perché l’unica persona con cui avrei potuto vivere sei tu, e ora stiamo vivendo come due pesci rossi in bocce diverse”
“…io…” la donna non poteva più scappare, non poteva far finta di stare solo vincendo a scacchi “io non so cosa fare…non so cosa dirti, perché adesso penso di amarti, e non volevo, perché creerò soltanto dolore, poi so che non è vero e che ormai è tutto passato”
“E allora io vivrò per sempre in questo momento” soggiunse lui.
Il pacchetto di sigarette ormai era finito
“Lasciamo stare, non volevo rovinarci il lavoro che dobbiamo fare. Andiamo a cena, non preoccuparti, magari ne riparleremo, io nel frattempo aspetterò”
Andarono a cena in una trattoria. Entrambi, dopo venti minuti passati a guardarsi in silenzio, vuoi per le cazzate che diceva la coppia seduta al tavolo accanto a loro, vuoi per una bambina che ci provava perdutamente con lui, ricominciarono a parlare come sul treno, più che altro della proiezione a cui avrebbero assistito il giorno dopo. Dopocena però nessuno dei due aveva più molto da dire, sapevano che di lì a poco sarebbero ritornati a parlare di loro stessi, tornarono in camera e si mentirono dicendosi buonanotte.
Si sistemarono nei propri letti. La luce spenta.
“Hey, vieni qui. Voglio che tu stia qui con me. Non ti sto prendendo in giro, mi sento…sola”
Ma lui stava già dormendo. Allora la donna si sporse dal letto e vedendolo forse felice nei propri sogni, si alzò, si sedette accanto alla sua testa e prese ad accarezzarla. Non voleva avere il suo dolore. Sapeva che l’avrebbe perseguitata. Perché gliel’aveva detto dopo tanti anni? Adesso era tutto nelle sue mani e odiava dover decidere proprio questo. Erano uguali pensò. Non aveva mai cercato di lavorare con lei. Cosa sarebbe successo? E perché cambiare poi? Si sentì avvampare e mentre il caldo quasi la stritolava lo baciò. Si pentì quasi subito di quello che aveva fatto. Anzi, non si pentì e desiderava farlo ancora e poi…ma non voleva che si svegliasse. Non era il momento, non avrebbe saputo come…non era sicura. “Domani, domani vedrò.” Prima ancora che si ridistendesse nel letto, lui era sveglio.
La mattina seguente dopo colazione si vestirono nel modo più elegante che potevano, lei un vestito nero, liscio, stretto, lui in giacca e cravatta, scarpe lucide.
“Non ti ho mai visto così in tiro” la sorprese mentre si guardava allo specchio e lei divenne bordeaux, imbarazzata e finta colpevole.
“Grazie…anche tu stai bene. Si, decisamente”
“Non rompiamoci le palle ok? Oggi è il gran giorno, divertiamoci. Poi vestita così sei troppo figa, pure per me”
“Tranquillo, hai ragione, oggi è un gran giorno”
“Vuoi amarmi?”
La pugnalata la sorprese alla schiena, forse del tutto inaspettata. Si girò, lo guardò, faceva sul serio.
“Oh mamma, e come faremo?”
“Faremo, fidati di me”
“E…e il resto?”
“Chissenefrega del resto. A me non importa. A te?”
“Io…no, non mi interessa. Che lo sappiano tutti, non mi interessa. Si”
“Allora vieni qui, dammi la mano. Andiamo”
Al tappeto rosso c’erano i divi del cinema. Un turbinio di flash e vestiti, i faretti che friggevano l’aria. I due, a confronto delle star che sfilavano, sembrava che avessero rubato le vesti a una coppia di sposi in città. Mano nella mano, erano felici come due zingari. Non si dissero nulla. Bastava sentire le dita strette, gli sguardi finalmente colmi di quello che non avevano avuto il coraggio di dirsi per anni.
Chiunque avrebbe voluto una storia così.
Il film finiva bene:
“Amante un corno. Io non ti amo e basta. Questo è molto di più. Ti prego caro, scappiamo”
La giovane donna baciò il giovane uomo, mentre tiepidi applausi cadevano sui titoli di coda.
Fu un vero e proprio flop.

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