Scena da bar

di Giulia Troian

Serata d’estate, attendo trepidante la fine del turno. Fumo una sigaretta, se tra un’ordinazione e l’altra ne ho il tempo, e mi guardo attorno, neutrale. Al primo trullo un tizio pelato, lei invece porta i capelli corti, un taglio insignificante, eppure ordina una liquirizia, arrogandosi il diritto di un ordine insolito, lei, donna solita. Al secondo una donna con un tatuaggio sulla gamba che, pur non volendolo, il mio sguardo continua a mettere a fuoco. Lei e il marito bevono molto, approvo il loro modo di viversi questo temporale improvviso. Il terzo posto è invece occupato da un ragazzo che pare un surfista e da una lei che pare un po’ rompicoglioni, forse perché si astiene anche dal minimo accenno di sorriso. È un quadretto curioso quello che un po’ di pioggia ha creato, rendendo vicine persone tanto diverse. Porto ad uno un buon rosso, all’altro una birra grande, a quest’altro ancora uno spritz con l’aperol e mi perdo ad immaginare la vita che questi soggetti necessariamente hanno al di fuori di queste precise coordinate spazio-temporali. Ho il desiderio superbo di fotografarli e così soltanto riporli nella mia memoria, pur sapendo che l’unica cosa catturabile è un esiguo frammento della loro vita.  Soffia il vento e porta con sé numerosi aghi di pino, scorre la vita mentre io resto ferma a guardare, interrotta di tanto in tanto da un nuovo cliente. Un minimo turbamento del clima li manda in agitazione, tutti s’affrettano a raggiungere un riparo, giunti al sicuro si trattano da re, ordinano coppe più grandi della loro fame, bevono più di quanto realmente ne abbiano voglia, eppure c’è anche chi sceglie di restare all’aperto, scomodamente seduto su alti sgabelli, a godersi i brividi che un’aria un po’ fredda causa. Il mio animo è con questi, il mio osservare è pieno di partecipazione, come la mia risposta al surfista, che mi chiede dove può trovare dei buoni croissant l’indomani. Colgo l’occasione per interagire con quelli che, fino a poco prima, erano per me delle mere figurine e mi riesce persino strappare un sorriso alla sua compagna, che cessa finalmente di guardarmi con sospetto. Uno sguardo, quello, che chissà per quale ragione m’ha subito portato a pensare che, la loro, sia una storia destinata a finire, come altrettanto irrazionalmente sono portata a credere che la storia della coppia adiacente sia bella e vera.  Per strano gioco del destino, appena il mio pensiero si posa su di loro, appena mi riaccendo la sigaretta lasciata sospesa, ecco che mi chiamano con un cenno della mano deciso, quasi arrogante, eppure un’arroganza involontaria, dettata dall’euforia dell’alcool. Mi chiamano e mi riportano alla realtà del bancone, ordinandomi altri due spritz, con l’aria trasognata di chi è in vacanza e si sta godendo la vita, eppure anche dentro, mentre mi affretto a preparare questi due spritz, la mia testa è ancora persa nelle sue fantasticherie nonostante sia sotto lo sguardo severo del capo. A vassoio pronto mi ricordo di segnarmi il nuovo ordine, di aggiungerlo ai loro due amari, alla pallina di gelato gusto ciocco-menta, al prosecco, il vino bianco, il toast ed i quattro spritz, e sorrido davanti al suo carattere prettamente turistico, a questo alternare le cose più svariate, come bimbi che decidono di essere accondiscendenti ad ogni capriccio. Non posso fare a meno di pensare che, questo loro bizzarro modo di ordinare, debba per forza rispecchiare il loro modo di vivere, un po’ caotico, senza programmi, pronto a rendere un temporale un momento di gioia, non un brusco blocco alla normalità. La coppia della liquirizia, invece, deve avere un’esistenza più quieta e monotona, una convenzionalità condita però da un tocco di snobbismo, che li porta a non sentirsi come tutti gli altri, pur essendolo, pur essendolo assai. Lei ha osato, nel taglio come nella scelta dell’amaro, ma resta imbrigliata nel perbenismo che non le permette di creare un’aurea di gioia, come invece riescono i vicini di tavolo, quelli austriaci. In loro, se tendi bene il naso, puoi ancora sentire il profumo di spirito giovane, che oggi solo con grande impegno si può preservare fino a tale età, ovvero giunti alla soglia dei quaranta, mentre su di lei in particolare, che come età anagrafica a loro si avvicina, senti un olezzo di vecchiume. Il marito, figurina inerte, è da tralasciare in questa mia analisi mentale che si conclude quando i miei clienti preferiti -per quella sera almeno- si alzano per andarsene. Torno alla realtà che è pulire il bancone, svuotare i posaceneri, guardarmi attorno per vedere se qualche temerario, nonostante il tempo, abbia deciso di frequentare il nostro locale.

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