Fight for independence – 4

di Chiara Ercolini

Per percorrere quello che normalmente sarebbe stato un tratto di strada da cinque minuti a piedi, ci volevano quasi sei ore a Libèrta, tra le bombe, gli allarmi, i posti di blocco, le lunghe file, e l’esodo dei poveri pedoni o di quei pochi che avevano ancora una bicicletta non finiva più. Molti dovevano semplicemente giungere all’unico ospedale civile, mezzo crollato e rimasto aperto per grazia ricevuta dagli ufficiali medici dell’esercito del Mare Interno. E lì le code per ottenere una misera cura coi miseri mezzi che arrivavano dall’estero, prevalentemente ormai da quelli stessi che tenevano aperte e funzionanti le strutture sanitarie di base, erano chilometriche. I feriti gravi morivano dissanguati prima di aver finito di superare i posti di blocco, i bambini e gli anziani morivano per delle inezie, come un banale raffreddore, e le donne partorivano per strada: una di queste ultime sarebbe stata molto probabilmente Alia, la cugina di Mariana.

Le due donne erano in coda da giorni, da quando Alia aveva accusato i primi segni dell’inizio del travaglio e con sufficiente anticipo avevano superato i nove posti di blocco che separavano il loro quartiere, ribattezzato da Marşi Rua ğei i cauši pau a patria [1], dall’ospedale. Mariana guardò davanti a sé la fila sterminata di persone che cercavano di entrare nel piccolo ospedale, ormai ridotto ad un edificio traballante, dopo gli ultimi colpi di mortaio che avevano distrutto il reparto di cardiologia con il primario aderay e il suo braccio destro volpista dentro. 

Alia sedeva a terra, appoggiata alla sua gamba, con gli occhi semichiusi; ogni tanto si lamentava ma per lo più si tratteneva e sopportava i dolori lancinanti stoicamente, con il respiro rotto da qualche singhiozzo. Ormai probabilmente aveva perso la speranza di entrare nell’ospedale. 

Mariana gettò un’altra occhiata davanti a sé: la situazione non era migliorata e ogni secondo che passava le sfrecciavano accanto padri e madri che reggevano tra le braccia i figli mezzi carbonizzati dalle esplosioni. Forse quello, tra qualche anno, sarebbe stato il crudele destino di Alia e del suo bambino, nato in un Paese distrutto ancor prima di esser costruito.

Mariana ricordava perfettamente la pace e così anche Alia: erano piccole quando era cominciata la guerra, ma proprio per quello avevano una chiara memoria della bellezza di ciò che c’era stato prima. Mariana ricordava quanto fosse stato divertente giocare coi suoi amici tra le case e i giardini, ricordava le sue bambole, coi capelli di stoffa, contese da tre quarti delle bambine del vicinato, compresa sua cugina. Erano poveri ma almeno erano felici, avevano il necessario per vivere e non avevano bisogno di quella cultura del superfluo che Rosslan stava cercando di instillare negli animi per quella sua guerra fredda con il Regno di Soroskia. Adesso quella guerra non era più fredda e loro non erano più poveri ma felici: erano stati catturati nella rete dei pretesti per creare qualche problema al vicino e ormai dei volpisti non rimanevano che pochi scheletri umani che cercavano di trascinarsi fino a sera, se non venivano spazzati via prima da una salva di qualche arma. 

Alia tremava e cominciava a gemere e lamentarsi con più frequenza di prima: si era sposata l’anno precedente con un fattorino di cui era follemente innamorata, ma qualche mese prima un’esplosione se l’era portato via mentre era al lavoro. Ora anche lei era sola come Mariana o meglio erano sole insieme. 

Un anziano signore in fila dietro di loro si accasciò a terra accanto alla figlia che aveva cercato di sostenerlo fino a quel momento. Un bambino scoppiò a piangere poco più in là, incapace di sopportare oltre l’atroce dolore di un pezzo di granata infilzato in una gamba; un giovane corse verso l’ospedale saltando tutta la fila: stringeva tra le braccia un corpo sanguinolento che aveva ormai poco dell’umano e probabilmente non sarebbe giunto vivo nemmeno alla porta. Chissà chi era per lui quella ragazza che abbracciava con tanto trasporto, l’ultima vittima di una serie di bombardamenti? Una sorella, una fidanzata, una moglie? Mariana non l’avrebbe mai saputo.

La fila, sotto la pioggia battente, avanzò di qualche metro: qualcuno era riuscito ad entrare nel sovraffollato ospedale, dove anche i corridoi brulicavano di poveri derelitti in attesa che il fato o un dottore decidessero cosa far di loro. 

Il freddo entrava nelle ossa ma nessuno avrebbe mai acceso un fuoco: sarebbe stato in breve spento dalla pioggia e, ancora prima, avvistato da qualche soldato appostato sui tetti. Non c’era pietà per nessuno, quindi un eventuale terrorista o chi per lui non si sarebbe fatto scrupoli ad aprire il fuoco su quella massa inerme di persone ormai destinate o rassegnate a morire. 

Mariana conosceva un paio di soldati, o meglio li aveva conosciuti quando ancora non lo erano, ed aveva saputo per caso che lo fossero diventati, ma di quei tempi chi non tentava il possibile per salvarsi la pelle? Dubitava che fossero ancora vivi quei due bambini dispettosi ma con un gran cuore, due suoi compagni di classe, curiosi a non finire tanto che avevano cercato di capire cosa dicesse il loro svitato maestro quando blaterava nella sua lingua e si erano messi a marciare nelle manifestazioni per l’indipendenza, così, solo per vedere come fossero.

Bei tempi, la pace, quando ancora Nicolau le rubava le penne e poi le lanciava ad Amaliu dall’altra parte dell’aula e quei due bischeri si divertivano a tirarsi la sua cancelleria tanto in alto che lei, che era sempre stata minuta, non riusciva a riprendersela. Poi però le avevano sempre restituito tutto. Già, i loro scherzi le erano mancati da subito: avrebbe dato qualsiasi cosa per rivedere Nicolau ed Amaliu, sani, salvi e iperattivi come sempre. 

Avrebbe ridato qualsiasi cosa per riavere indietro la vita prima della guerra, lo avrebbe fatto chiunque, ma l’amara verità era che loro e molte altre persone erano cresciute non con la musica delle bande popolari ma con il feroce tartassare dell’artiglieria a far da sottofondo.

Alia cominciò a lamentarsi più forte, distesa a terra accanto alla cugina, e Mariana si chinò su di lei:

“Dai, resisti! Tra poco entriamo.” la incoraggiò stringendole la mano, ma tutte e due sapevano che era la menzogna più palese che Mariana avrebbe potuto inventarsi. Per lei Alia era come una sorella: erano state sempre insieme e non ricordavano un tempo in cui non lo fossero state. Era l’unica persona che le fosse rimasta, era tutto per lei, tutto; se l’avesse persa sarebbe rimasta sola, abbandonata, non sarebbe riuscita a far fronte a quella vita schifosa che aveva accompagnato il suo precoce passaggio da bambina ad adulta.

Alia gemeva, mandava brevi ululati di dolore, aveva il volto sudato, il corpo contratto: non ci voleva un’ostetrica per capire che il bambino sarebbe nato a breve, lì fuori, senza una minima assistenza, senza che ci fosse una qualsiasi persona competente nel raggio d’azione. 

Oddio, cosa devo fare? “Aiuto! Aiuto!” chiamò Mariana e la donna che stava poco più indietro di lei, quella che aveva sorretto il padre fino all’ultimo istante, accorse al suo appello.

“Falla distendere!” le ordinò dolcemente.

Mariana eseguì aggrappandosi a quella speranza: se quella donna ne sapeva più di lei, cosa molto probabile, allora le lasciava campo libero.

“Toglile il vestito.” le sussurrò mentre l’aiutava sciogliere i legacci già mezzi allentati e rotti, “È tua sorella?” le chiese poi.

Mariana annuì: era come se lo fosse e in quel momento non sarebbe riuscita a dire di no. Aveva paura, tantissima paura, tremava.

“Stai tranquilla.” La donna stava con molta probabilità dicendolo ad Alia, ma quelle parole rassicurarono anche Mariana, “Conta fino a tre e spingi!”

Uno, due, tre. Alia urlò di dolore: la sua voce distorta dalla fatica faceva persino paura. Il volto della donna che era accorsa ad aiutarla era concentrato, la fissava con un’espressione preoccupata: forse, da quel che ne sapeva lei, aveva capito che c’era qualcosa che non andava, forse l’attesa era stata troppo lunga.

“Brava! Così: conta fino a tre!” la incoraggiò mentre Mariana le teneva la mano. Quest’ultima chiuse gli occhi per non vedere il volto sfigurato di Alia mentre cercava di dare alla luce quel bambino che voleva tanto vedere il mondo ma non ci riusciva. I suoi gemiti, il suo respiro affannoso e rantolante, le sue urla le sembrarono quelle di sua madre quando era rimasta intrappolata sotto le macerie della loro casa crollata. Era morta poco dopo: i soccorsi non erano mai arrivati e la trave che suo padre aveva spostato per cercare di tirarla fuori aveva fatto cadere tutto il resto dei calcinacci sopra di loro. 

“Forza! Dai che manca poco! Vedo la testa!” Mariana, con gli occhi chiusi, sentì Alia sollevarsi sui gomiti per dare un’altra, forse ultima spinta; non sapeva da quanto tempo le stesse stringendo la mano, quanti e quali pensieri le fossero passati per la mente in quel lasso. Sapeva solo che voleva solo vedere, quando avrebbe aperto gli occhi, sua cugina stringere al petto il solo bambino.

“Eccolo!Eccolo!” esclamò la donna. Un altro urlo, forse più di uno. 

“Eccolo!” Mariana riaprì gli occhi e vide un corpicino insanguinato uscire dalla vagina di Alia: era un maschio, un bel maschietto, grande per l’esile fisico della sua minuta cugina. 

“Perché non piange?” domandò Alia spossata, con gli occhi semichiusi, il volto sudato che si stava velocemente decolorando, divenendo sempre più pallido. 

Già, il bambino non piangeva, non respirava, non era vivo. Forse lo era stato fino a qualche millisecondo prima di venire al mondo, poi Dio aveva deciso che sarebbe stato un destino troppo crudele il suo perché dovesse subirlo. Aveva chiamato a Sé quell’animetta benedetta prima che potesse conoscere il male e la corruzione del genere umano.

“Lo dobbiamo battezzare.” mormorò Alia esausta: appena nasceva un bambino, i volpisti lo facevano immediatamente battezzare anche se per la loro corrente chi non riceveva il battesimo non era dannato se non aveva compiuto nessun grave misfatto in vita.

A Mariana venne da piangere: non poteva dire a sua cugina che il suo bambino era morto. Non poteva.

“Mi dai il mio bambino, Mari?” A quel punto la ragazza non riuscì più a trattenersi e scoppiò in lacrime.

“Mari…” la chiamò ancora con la voce sempre più flebile.

“Perde sangue!” esclamò la donna che l’aveva soccorsa. Mariana volse lo sguardo a sua cugina staccandolo dal bambino privo di vita: l’altra aveva ragione, il sangue usciva copioso dalla vagina di Alia. 

Un’emorragia interna, se particolarmente estesa e non arrestabile in tempi brevi, poteva portare in breve tempo alla morte e non serviva essere medici con una grande esperienza per saperlo. 

“Alia! Alia!” Ma già lei non rispondeva e Mariana non poteva aspettare che la fila le facesse giungere alla porta dell’ospedale: bisognava correre. Forse tentare la sorte come facevano i parenti delle vittime dei bombardamenti avrebbe diminuito i tempi di attesa e salvato Alia; forse avrebbe fatto solamente peggio. Ma bisognava tentare.

Mariana e la donna sollevarono il corpo privo di coscienza con più dolcezza possibile, ma, quando arrivarono vicini alla colonna di persone che cercavano una via di salvezza per i loro cari saltando la fila principale, scoprirono che anche essi stavano aspettando, sotto la pioggia e immersi nel sangue, il loro turno, che mai sarebbe arrivato. 

Mariana quella sera sarebbe rimasta sola. Per sempre.

 

[1] Via dei Caduti per la Patria. Prima via Giulio Eraclei, fondatore di Rosslan.

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