Fight for independence – 1

di Chiara Ercolini

INTRODUZIONE

La Repubblica Volpista ha dichiarato l’indipendenza dalla Repubblica di Rosslan sulla base di un’identità etnica. Tuttavia, la regione volpista è ricca di risorse minerarie, storicamente utilizzate per nutrire e finanziare il mercato di Rosslan e la piccola repubblica separatista si trova in una posizione chiave rispetto alla capitale Rosslan.
L’indipendenza dichiarata dai generali di nazionalità volpista Paulu Marşi e Iovàn Baroğlo e la costituzione di un sedicente esercito nazionale, l’IRV (Isserčitu ğea a Republica Volpista), ha scatenato la violenta risposta della madrepatria. Entrambi gli schieramenti possono contare su potenti alleati: per quanto riguarda la Repubblica Volpista, al suo fianco combatte l’esercito del Regno di Soroskia, storico rivale di Rosslan, interessato a mettere radici nelle istituzioni volpiste e a fare della nuova repubblica un proprio satellite soprattutto tramite lo sfruttamento dell’IRV. A fianco della Repubblica di Rosslan il principale Paese schierato è il Mare Interno, un regno che esce da un lungo periodo di neutralità ma dotato di un esercito formidabile. Tuttavia, quest’ultimo Paese, uno dei più ricchi del continente, si trova al centro di una grave crisi costituzionale che coinvolge, da una parte, il re, che vuole assolutamente continuare la guerra, dall’altra, le camere e alcuni esponenti dell’esercito, che invece pretendono la ritirata.
Dopo sette anni di guerra, Rosslan grazie agli alleati riesce a conquistare la capitale volpista, Libèrta, ma gli alti vertici della Repubblica Volpista si rifugiano a nord, nella cittadina di Čarçaria, dove fondano un movimento di guerriglia, il Frençe pau a liberaçiun ğea a Republica Volpista, che opera attraverso atti di terrorismo. Vittima di uno di questi attentati è il capo dell’esercito del Mare Interno, il generale Melisar Talary, al cui posto viene designato il generale Klarydon Hadiby, allineato però col Parlamento.

PARTE PRIMA

La televisione vomitava suoni a raffica mentre Sara preparava la tavola per la cena: la donna non ci faceva più neanche caso, tanto di sicuro il telegiornale avrebbe parlato sempre delle solite cose. Di sicuro stava dicendo qualcosa riguardo alla guerra nella Repubblica Volpista, molto probabilmente c’era stato l’ennesimo attentato del Frençe in qualche città del Paese: probabilmente un’altra fetta della bella Libèrta se n’era andata via con un’altra bomba.
Ad un certo punto sentì la sigla finale: quella musichetta che sparava suoni incongruenti tra loro per annunciare che la tortura quotidiana del notiziario, che informava solo delle disgrazie altrui, era finalmente finita.
Sara pensò che fosse davvero tardi se era già finito il telegiornale e che avrebbe dovuto muoversi a preparare la cena, ma qualcosa attirò la sua attenzione.
“Benvenuti ad un’altra sera di Contrasto d’Opinioni. Questa sera i nostri ospiti saranno il generale Klarydon Hadiby, arrivato da Libèrta proprio questa mattina, e il segretario del partito unitario magico Sandro Maragat.”
Sara non aveva mai sentito di un programma così: forse proprio perché non dava molto ascolto alla televisione ma la utilizzava solamente per quel leggero brusio di sottofondo che la faceva sentire meno sola quando suo marito era in viaggio. Doveva però essere un programma interessante per avere degli ospiti così importanti, non tanto il segretario del partito, che da dodici anni, da quando era iniziata la guerra nella Repubblica Volpista, non perdeva mai un’occasione per ficcare il lungo naso davanti alle telecamere, ma per il generale, un acceso e convinto sostenitore della pace. Strano per un militare del suo calibro, pensavano tutti.
Sara continuò a spadellare: era da sola quindi tanto valeva farsi una frittata al volo e mangiarla alle nove di sera, quando ormai era più ora di andare a dormire che di altro. Ascoltava con un orecchio la voce acuta del segretario, che ripeteva per l’ennesima volta la sua cantilena eterna: i volpisti erano dei delinquenti, compivano solo reati, erano solo schifosi terroristi, avevano usurpato territori appartenentI alla Repubblica di Rosslan di diritto…. La solita retorica che andava ormai avanti da dodici anni, non cambiava di una virgola e si ripeteva su tutti i mezzi di comunicazione, a tutte le ore, per far meglio presa sui cittadini. Maragat e la sua propaganda… Da quando era segretario, lui e i suoi messaggi di pubblicità alla guerra erano addirittura peggiorati.
“Dobbiamo riprenderci quello che ci spetta…”
Sara alzò gli occhi al cielo, anzi al soffitto: ne aveva piene le scatole di lui e dei suoi discorsi. Fece per spegnere la televisione, ma si fermò quando sentì una voce profonda e calda sostituirsi a quella irritante del ministro.
“Generale Hadiby, lei ha ottenuto il comando dopo la morte del suo predecessore Talary. Quali sono i suoi progetti per il futuro della Repubblica Volpista?”
“Guardi, sarò franco con lei: i miei progetti sono lasciare in pace il popolo volpista, portare a casa il mio esercito e lasciarmi dietro un Paese indipendente, democratico, che decida con un sano referendum chi vuole al governo e chi no.”
“Lei quindi desidera la pace, generale Hadiby?”
“Credo che non esista persona al mondo che desideri veramente la guerra.”
“Qual è la sua posizione riguardo al governo del dittatore volpista Paulu Marşi?”
“L’ha detto lei stesso: è un dittatore, ma la mia posizione nei suoi confronti non è difforme da quella che adotto verso il re di Soroskia, gli alti vertici della Repubblica di Rosslan e perfino il mio sovrano, che di recente ha fatto incarcerare il primo ministro Vasaryn Melevis.”
“Se non sono indiscreto, generale, lei cosa avrebbe voluto fare da grande quando era bambino?”
“Guardi, ho sempre voluto fare il giornalista nelle zone di guerra, raccontare la verità, la sofferenza di cui nessuno parla, stare vicino ai civili… Questo volevo fare.”
“Mi sembra che questo non si attagli proprio alla sua attuale professione, quindi mi permetto di chiederle: com’è finito nell’esercito?
“Innanzitutto deve capire che l’esercito del Mare Interno è diverso da quello degli altri Paesi: la nostra nazione esce da mille anni di neutralità e deve capire che i miei soldati non pensavano certo di essere la prima generazione ad essere chiamata al fronte. Io, per parte mia, ho cominciato la carriera che già si sentiva odore di guerra e sono stato persuaso che, per il lavoro che volevo fare io, per le motivazioni che mi spingevano, avrei avuto ciò che volevo solamente se avessi fatto il soldato. Mi dissero che come giornalista sarei piuttosto finito a fare la cronaca finanziaria sul Ry solmar eyglastya o il saltuario opinionista per qualche altra testata. Ma io volevo vedere, volevo raccontare la verità, allora non mi importava se l’avrei fatto come giornalista o come soldato. Volevo stare in prima linea e basta.”
“Il suo è un proposito encomiabile, generale, ma, mi dica, è ancora così convinto di ciò che ha detto? Se tornasse indietro, entrerebbe nell’esercito?”
“Se tornassi indietro, farei il poeta. Sa, nel mio Paese, i poeti sono molto importanti, molto ascoltati, e forse, se avessi fatto il poeta, forse molti si sarebbero risparmiati le pazzie di oggi. Forse avrei aiutato Melevis a mettere la testa a posto a quelli che hanno votato, corrotti dal re, per l’entrata in guerra.”
“Lei usa parole molto dure contro la situazione politica nel suo Paese.”
“Dico solamente la verità. Come vede, non sono cambiato da quando volevo fare il giornalista.”
“Beh, allora, prendo la palla al balzo. Per lei, che cos’è fare informazione?”
“Dire le cose esattamente come stanno e non ripetere per mille volte la stessa vuota retorica xenofoba. Raccontare che là fuori, mentre noi parliamo qui tranquillamente, c’è gente che muore perché qualcuno ha deciso da una parte di opprimerla, e dall’altra di fare lo stesso per riconquistare quattro metri quadrati di terra. Per dire che, sì, ci sono volpisti che sono stati catturati da un’altra vuota retorica, quella di Marşi, ma la stragrande maggioranza di loro sono persone oneste, molto più oneste di me e molto più oneste di lei e di gran lunga più oneste del segretario qui presente, con tutto il rispetto parlando. E questa gente muore, ogni giorno di più: i bambini muoiono di fame e di malattia, i loro genitori vengono massacrati dagli attacchi, i padri e i figli maggiori vengono spediti al fronte per niente e le madri e le mogli li aspettano a casa invano, dopo magari aver perso tutti i figli stroncati da qualche bomba. Mi sembra che queste cose qua nessuno le dica, o mi sbaglio?”
Il presentatore del programma tacque, raggelato, preso alla sprovvista da quell’inversione dei ruoli. Il segretario era rosso di rabbia e stava per esplodere, gridando improperi come faceva in tutti i programmi in cui veniva invitato con la sua vocetta da uomo castrato.
Il generale era calmo, rilassato, e aveva parlato sempre con lo stesso tono tranquillo con cui aveva cominciato, in un italiano perfetto. Aveva scioccato Sara: quello sì che era un uomo, uno che non aveva paura di dire le cose come stavano. Forse non avrebbe vissuto a lungo, ma di sicuro quell’uomo sarebbe stato parte della storia.
Sara pensò per un attimo che sarebbe davvero stato meglio emigrare nel Mare Interno se la gente laggiù era tutta così, poi si ricordò di quello che aveva appena detto il generale e cambiò parere: forse era meglio vedere prima come si sarebbe evoluto il tira e molla tra re Reykner e il ministro Melevis, i cui libri non erano ancora stati tradotti e quindi non circolavano nella Repubblica di Rosslan. Difficile non capire il perché visto che Melevis parlava di pace.
“Mi sbaglio, signor presentatore?” ripeté Hadiby, mentre il giornalista rimaneva gelato e il segretario si alzava indignato ululando:
“Come osa?”
“Ecco che ci siamo!” Pensò Sara: stava per arrivare il panegirico della propaganda.
“Noi dobbiamo andare avanti in questa guerra! Molti nostri cittadini sono morti negli attentati dei volpisti e ne moriranno anche di vostri se vi ostinate con la vostra opinione!”
“Forse è proprio questo che lei non riesce a capire: se non ci fosse stata la guerra, non ci sarebbe stato nessun attentato. Mi dica se mi sbaglio, ma mi sembra che il Frençe sia nato dopo la conquista di Libèrta. Ma mi potrei sbagliare, segretario: lei sa di sicuro queste cose meglio di me, che sono da dodici anni in prima linea, lontano dal mio Paese a guardare la morte di tanti civili e la distruzione di tante famiglie che somigliano così tanto alla mia.”
“Lei non capisce nulla! Lei è solo uno dei soliti oratori che si riempiono la bocca di bla, bla, bla, la pace così, la pace colà!”
Ora il segretario non riusciva neanche più ad articolare una frase di senso compiuto in italiano: gli succedeva spesso quando l’avversario era di un calibro retorico superiore.
“Guardi, segretario, secondo me lei non è altro che un ingranaggio della sua stessa dittatura, che prima o poi la inghiottirà e la farà precipitare nel baratro: le ricordo che lei, al contrario di me, che comunque non sono un politico, ha bisogno di voti e la gente che la deve votare si sta accorgendo di quante fesserie lei abbia sparato negli ultimi dodici anni. Ce ne ha messo di tempo ma la gente non è così stupida come crede e prima o poi il voto passerà alla sinistra moderata, che lei lo voglia o no.
La gente sa che dall’altra parte della barricata non c’è un assassino pronto ad accoltellarlo di notte, li ha visti i profughi che scappano piangendo e stringendo ai petti i loro bambini, li ha visti i nostri soldati in licenza, che per tornare a casa passano per Rosslan portandosi dietro la moglie volpista di cui si sono innamorati e tutta la famiglia. E non si parla di certo di terroristi!”
“Lei sta sostenendo Marşi e i terroristi!”
“Non sia stupido. Marşi è stato deposto da noi e i terroristi sono il suo corpo d’armata; se non ci fosse stata la guerra, la gente si sarebbe sbarazzata da sola del dittatore ed ora avrebbero un governo sano, democratico, veramente democratico, non come quel partito che lei sostiene, che è un’altra branca di conniventi alla dittatura. Il Paese così rischia di andare incontro ad una serie di regimi militari dopo la fine della guerra.”
“Lei è un incompetente! Non so come abbia fatto Talary a designarla come suo successore! È una vergogna!”
“Ma lei sa discutere di politica, che dovrebbe essere il suo lavoro, oppure sa solo urlar contro?”
Sara sorrise: il generale, nella sua calma serafica, era anche simpatico oltre ad essere un bell’uomo, con gli occhi azzurri e i capelli neri lunghi raccolti in una treccia come la maggior parte degli Aderayum.
“Lei è un incompetente!”
“Le sembra un’incompetenza volere la pace e dire che le persone che lei descrive come terroristi sono per la maggior parte onesti cittadini che non vedono l’ora di respirare un attimo e non aver paura di mettere il naso fuori casa? Si nascondono nelle fogne pur di non farsi centrare dalle bombe! Nelle fogne, ha capito? Ci stanno giorni, senza mangiare, senza bere, senza dormire. E poi, quando escono, non sanno più nemmeno come si chiamano, se non sono morti di qualche malattia prima.”
“Dobbiamo portare a termine questa guerra! E’ l’unico modo perché il Paese guadagni credibilità, non possiamo lasciarci soffiare pezzi di terra, altrimenti altri decideranno che vogliono l’indipendenza!”
“E che la ottengano! Piuttosto che dover vivere come una minoranza oppressa! Che abbiano la possibilità di esprimersi, di disciplinarsi, di creare un proprio Paese, con una loro bandiera, un loro inno, una lingua nazionale che non sia l’italiano che non sanno parlare! E lei non osi spegnere la telecamera!”
Il generale si alzò dalla poltrona. Per la prima volta perse la pazienza. Il presentatore era sparito dalla scena e forse stava facendo segno alla cabina di regia di bloccare il programma: Quella serata stava distruggendo anni di propaganda.
“Non osi! Lei cos’è? Un giornalista o un complice della dittatura? Lei cosa vuole? La verità o quella sudicia propaganda che più falsa non si può? Lei, mi dica, perché fa il giornalista se non ha il coraggio di essere onesto con la gente?”
La sua sincerità, che probabilmente teneva attaccati ai televisori migliaia di persone come Sara, si spense con le telecamere. La donna continuò a mangiare la sua frittata con lo sguardo fisso sulla televisione, dove intanto stavano trasmettendo la replica di una puntata precedente, il confronto tra il capo delle forze di polizia e un ministro dello stesso partito, che aveva ancora in quel momento la maggioranza. Era pura propaganda. Forse avevano pensato che anche Hadiby sarebbe stato calmo e buono, ma non avevano calcolato che gli Aderayum erano abituati a dire quello che pensavano come lo pensavano.
Forse il partito unitario non avrebbe avuto la maggioranza alle prossime elezioni.

Chiara Ercolini nasce nel 1999 a Udine. Frequenta il liceo classico Stellini e si diploma nel luglio 2018. È attualmente iscritta alla facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università di Udine. Ha pubblicato per le raccolte Racconti Friulani-Giuliani di Historica Edizioni i racconti "Cessi la repressione" e "Requerimiento".

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