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Il lungo vespro nero – Parte 2

di Alessandro Simonutti

Al Passo del Crotalo muto si udiva solo il ruggito secco della pietra che strofina il ferro vecchio. Gano il guercio sedeva su un masso coperto di muschio e la luna cominciava a scivolare lungo il filo della sua spada arrugginita, man mano che questi l’affilava. I suoi occhi, sotto il cappuccio, guizzavano di luce bianca ogni volta che la vecchia lama strepitava. Erano tutti fermi, cinque uomini, come in attesa di qualcosa che li spingesse a inoltrarsi nella tortuosa strettoia che si snodava davanti a loro.

– Come ti chiami? – colui che alla locanda, senza volerlo, aveva dato vita a quel drappello, alzò la testa e intravide, oltre le ciocche scure che gli scendevano sulla fronte, il volto di un ragazzo sui quindici anni.  – Arrigo, ma mi chiamano l’errabondo – I due si fissarono senza distogliere lo sguardo, in una pausa che doveva apparire impercettibilmente troppo prolungata. – Tu come ti chiami, ragazzo? – 
– Neri, ma a Rupestretta ovunque tu vada mi sentirai chiamare “il folle” –

L’uomo si piegò leggermente in avanti, come a voler catturare qualcosa che aveva visto riflesso negli occhi del giovane. – Perchè ti chiamano così? –

Una mano squarciò il sottile velo che aveva avvolto i due dialoganti, emergendo dal buio per avventarsi con rapidità sulla spalla del ragazzo. Il monaco, che aveva ultimato l’affilatura, prese lentamente forma da quel braccio teso, come se l’oscurità l’avesse inghiottito per poi risputarlo un pezzo per volta. – Siamo partiti in sette, quei mercenari bastardi se la sono già data a gambe –

Arrigo tradì lo sguardo che ancora il giovane gli rivolgeva per rispondere al monaco – Dobbiamo proseguire, perché ci stiamo fermando così a lungo? – Il guercio non rispose, si limitò a tendere il braccio verso la strettoia del Passo, dove la luce lunare già sottile si perdeva in quella che sembrava una viscida lingua scura avvolta dalla pietra. All’imboccatura di quel covo di tenebra e serpenti c’erano due uomini inginocchiati, che bisbigliavano qualcosa stringendo con entrambe le mani davanti a sé una spada conficcata nel terreno. – Cosa stanno facendo? – Il monaco rilassò il braccio e si voltò verso l’errabondo. Per la prima volta lo guardò negli occhi, anch’essi neri come tutto il resto, quindi rispose – Pregano –
Arrigo seguitò immediatamente – Chi pregano? – 
Il vecchio rivolse ancora lo sguardo verso i due guerrieri, osservò per qualche attimo come i lunghi capelli biondo scuro oscillassero lungo le loro schiene nude, ogni qualvolta che la brezza notturna cambiava direzione per capriccio 
– I loro antenati, suppongo; Lodovico e Umberto della Guglia sono i discendenti di uno dei più antichi clan guerrieri di Rupestretta – anche il ragazzo e l’errabondo presero a osservare con rinnovato interesse i movimenti degli uomini inginocchiati, il vecchio intanto proseguiva – Alcune leggende dicono che qua, quando la guerra contro Piandelcorso scoppiò migliaia di anni fa, ventun membri della loro famiglia, cioè tutti tranne uno, perirono per impedire all’esercito avversario di raggiungere la città -.

Arrigo guardò allora alle loro spalle, e i suoi occhi furono guidati verso i pallidi profili di Rupestretta dal bagliore flebile che questa proiettava sulle pietre ghiacciate del sentiero; risalì con lo sguardo quello che sembrava un serpente silenzioso che si snodava all’infinito da Rupestretta verso la valle. Mentre stava per ritrarsi nuovamente verso il guercio e il ragazzo, si fermò a osservare uno sperone di roccia, coperto dalla folta vegetazione che assediava la piccola radura che precedeva il Passo del Crotalo muto. Avvertì qualcosa in quel punto, qualcosa di sfuggente e incontrollabile, che sembrava essersi insediato fra le fronde e il buio che esse custodivano. Quand’ecco che il buio, d’un tratto, si mosse.

Due corpi si librarono in aria, come entità generate dalla notte e nutrite di materia oscura, e ricaddero senza eccessivo fragore davanti a Gano, balzando oltre la testa dell’errabondo. I loro volti si schiusero brevemente alla luce lunare, solo per far intuire che si trattava dei due mercenari di cui già da un po’ si erano perse le tracce. Sulla bocca di entrambi si incurvò una sorta di sorriso sfuggente e scaltro, che scomparì subito quando il mercenario di sinistra gettò a terra qualcosa che produsse due colpi sordi e che ondeggiò per un attimo sull’erba. Quello a destra aggiunse secco – Ci seguivano da Rupestretta – Arrigo afferrò una delle due teste per l’attaccatura dei capelli, mentre osservava la precisione del taglio eseguito sul collo reciso, e la sollevò finchè i raggi lunari non la colpirono, imperlando innaturalmente la pelle già prosciugata e pallida. La sua attenzione si spostò subito sulla carne viva e grondante dove era stata affondata la lama. Sfiorò con le dita un lembo di tessuto scuro e dalla grana grossa, intrecciato in una maniera difficilmente confondibile con un comune mantello.

Alzò la testa verso i presenti, che stavano seguendo i suoi gesti in attesa di un cenno, quindi disse, come se stesse constatando una condizione legittima  – Le cappe nere ci stanno dietro -. 

Il lungo vespro nero

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